Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Categoria: Alice

Due

“Ma non ti facevo una da matrimonio”, mi hanno detto in tanti. Conoscenti, per lo più, se non addirittura sconosciuti. Gli amici veri, gli affetti veri, loro no. Stupiti il giusto, ma anche consapevoli di quanto io detesti le prese di posizione a priori, così anacronistiche dopo l’adolescenza.

Di sicuro non ho mai pensato al matrimonio come a un obbligo, quello sì. Tanto meno un desiderio, un sogno, qualcosa a cui aspirare, che mi potesse realizzare. Giammai. Si è rivelato piuttosto un bisogno, ma non di quelli cupi che traboccano di debolezza. Al contrario, una serena necessità, di cui puoi pure fare a meno, ma un po’ a malincuore.

Un pezzo di storia personale, di vita per come la conoscevo, si è da poco concluso. Con un lieto – giusto – fine, ovviamente. Del resto, la correttezza di una scelta non dipende tanto dall’entusiasmo del momento (nel nostro caso molto inconsapevole e celato), quanto dalla spontaneità con cui si prende, senza sentirne addosso la drastica solennità. Eccoci qua dunque, in una vita irrimediabilmente a due, di quelle che qualche sera ripenserai a com’era bello non doversi preoccupare della spesa o della cena, rivangando il profumo frivolo – ormai evaporato – della totale assenza di compromessi, allettante nell’apparenza, ma insidiosa e vacua nella sostanza.

La mia – nostra – di oggi è al contrario una vita sorprendentemente solida, le cui fattezze “ordinarie” celano una robustezza rassicurante, non solo perché c’è qualcuno con cui dividere il destino ma soprattutto perché – a differenza di altre figure della propria esistenza – quel qualcuno lo si è scelto. Una famiglia tutta per noi, da disegnare da zero, progettando e sognando. Ho scoperto, con somma sorpresa, quanto sia bello il riconoscimento, legale e personale, della propria coppia, un diritto inalienabile che andrebbe concesso a qualsiasi tipo di innamorati, ovunque nel mondo.

Me lo avevano detto in tante, e non mentivano: la giornata volerà, avrai pochi ricordi nitidi e definiti ma sarà molto più bello di quanto immagini. Detto così, mi sembrava uno scenario esageratamente smielato e romantico, da abito bianco, lancio del bouquet e infiniti preparativi. Tutte cose che io non sono, e che infatti non ho inscenato – ho persino organizzato l’evento in soli due mesi. Avevano ragione, però: quando ci si sposa c’è qualcosa d’inafferrabile per gli spettatori ed estremamente travolgente per i protagonisti. Non si tratta (solo) dell’unione in sé ma di quello che produce: gli amici, gli affetti, la famiglia – le persone più importanti – si radunano con te e per te, a caccia di felicità. Per distrarsi, per partecipare, per esserci. Per conoscervi, capirvi, respirarvi. Banalmente, per credere (ancora) un po’ nell’amore.

Rara, nella vita, è una tale magia: non aver bisogno di nulla, ché le persone a cui vuoi bene sono davanti ai tuoi occhi. Ché non esistono più le ferite del passato, né le persone che ti hanno deluso o tramortito: non le ricordi, anzi non esistono. Ché la tua piccola avventura sta iniziando in una giornata priva di musi lunghi, litigi, smartphone in mano, preoccupazioni quotidiane. Tutto accade da sé, come una tela che si riempie di colori vivi e dorati senza che tu debba far nulla per comporre il più bello – e rappresentativo – dei quadri: la tua storia, in tutti i sensi. Forse l’amore universale è questo: la capacità di donarlo e sentirlo, attirarlo e ricambiarlo, di comporre un microcosmo di persone che hanno scritto insieme a te la tua vita e ora guardano un nuovo capitolo prendere forma. Tutti insieme, mentre tieni per mano chi hai scelto al tuo fianco. Tutti bisognosi di felicità, in un momento storico in cui viene meno a sempre più persone.

Quanto a me, non sono mai stata così tranquilla e serafica in tutta la mia vita come quel giorno. Forse perché – probabilmente per la prima volta – era un momento privo di ogni senso del dovere, neanche il più remoto. Solo volontà, solo piacere, solo certezza. Non sappiamo – ovviamente – come andrà l’imperscrutabile futuro, non abbiamo né illusioni né aspettative: solo così, in fondo, si può sopravvivere e al tempo stesso sorprendersi. Ciò che resta di quella sera di febbraio è un ricordo prezioso – conservato con cura, al riparo da ogni intemperia – da centellinare nei momenti più radiosi e più duri che verranno, per ritrovare ogni volta una ragione, una lucina da seguire, il sentimento irripetibile con cui tutto è iniziato.

Annunci

Una versione migliore

Ci lasciammo che era quasi San Valentino. Ironico, no? Sarà pure una ricorrenza stupida e inutile, ma di certo finire una storia appena due giorni prima non è tra i dettami del vademecum del tempismo.
Di quella sera conservo un ricordo confuso ma anche nitido, ché il dolore – col tempo – più che ferite lascia insegnamenti, delle strade da percorrere diversamente, o da non calpestare mai più. Ricordo vividamente il freddo di febbraio nelle ossa, le lacrime bollenti, il respiro che viene a mancare tra i singhiozzi, i sogni fatti a pezzi, la mia incredulità.

Più di tutte, però, rammento un’altra cosa: un labile, sottile, sotteso senso di libertà. Silenzioso, ma già più forte di quel male al cuore. L’istinto di sopravvivenza che arriva alla fine di un incubo, anche quando lo chiamiamo “amore”. Ricordo i passi verso casa in apnea, tre piani in ascensore tremando, il soprabito ancora addosso mentre mi siedo sul letto a fissare il vuoto col cuore scavato. In quel momento, in cui forse avrei dovuto disperarmi e tenere la testa voltata indietro, la mia mente era in preda a quattro pensieri in loop, sbocciati in un istante – senza che me ne accorgessi – dalle radici di quel dolore.
Ho voglia di tornare a studiare.
Ho voglia di partire.
Ho voglia di pensare a me.
Ho voglia di essere felice.

Vivere: di questo avevo urgenza. Togliermi le catene che m’ero messa da sola tutte le volte che non avevo detto no, che non avevo avuto il coraggio di andarmene, che non avevo ammesso a me stessa di aver idealizzato un uomo orrendo. Che non mi ero perdonata per essermi privata di ciò che meritavo senza proteggermi, fino a quando la mia pelle di porcellana – bianca come la purezza – era divenuta grigia e spenta.
Ero brutta, e infelice, e banale, “per amore”.

Di quella sera, oggi ricordo l’esatto istante in cui ho sentito che c’era un mondo intero da scoprire, fuori e dentro di me. Che la vita era altro, e a un passo dai miei occhi. Che chi ti ama non ti cambia, se non in meglio. Che la fuga è molto più nobile di quanto si creda, e andrebbe cavalcata più spesso. Che l’audacia di cambiare ripaga sempre. A due settimane da quella fine avevo già affittato una piccola casa tutta mia: lì dentro ho progettato viaggi a Hong Kong, Taipei, Seul, New York, Pechino, Shanghai, Santorini; ho ospitato amiche e amici da tutta Europa; ho cominciato a studiare spagnolo, per imparare qualcosa di nuovo; ho scopato ragazzi conosciuti poche ore prima, e quelli che volevo sedurre da una vita; ho fatto tutto ciò di cui avevo voglia, tenendo fede alla promessa di quella fredda sera di febbraio, su quel letto.
Ho vissuto, ogni giorno. E quando il tempo ha rimarginato del tutto le ferite, ho vissuto ancor di più. Fino a quando, oltre due anni dopo, sono tornata ad amare. Stavolta scegliendo la persona giusta.