Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: giugno, 2014

Crescere

Sai cosa mi emoziona più di un amplesso che strappa il respiro? Delle mani sul collo pronte a sottrarmi l’anima, di sentirlo dentro di me quasi ad allagarmi il cuore, della testa sudata che sussurra all’orecchio l’indecifrabilità del piacere? Dei baci, delle unghie sulla schiena e i morsi sulla pelle candida, delle contrazioni che nell’orgasmo abbracciano i fendenti della passione?
È il silenzio.
Il silenzio di chi sa. Di chi si conosce. La quiete che fa da contrappeso – da àncora – al tumulto irrazionale senza cui la mia non si può chiamare Vita.

Il silenzio interrotto dai tasti battuti sulla tastiera quando l’ispirazione sopraggiunge improvvisa, e allora chi hai accanto tace e si fa cullare da quel ticchettio, dalla bellezza di vedere nell’altro un vulcano in azione. Il silenzio del non aver bisogno di chiedere il caffè a fine pasto né di specificare senza zucchero. Di uno sguardo duro stemperato dal sorriso quando una lacrima di commozione si sporge verso le mie gote. Il silenzio di quando il pensiero di stare sbagliando tutto solca in un istante la fronte, e chi ti guarda lo capisce, e sa quanto fa male l’incertezza mentre ti accoltella. Il silenzio di chi non cerca un’emozione passeggera – come i ventenni che citano Prévert, bensì un complice in grado di prendersi cura di noi – come chi si scopre improvvisamente troppo vecchio per replicare schemi già visti. Fatti di sesso occasionale per “tirare a fine ego”, del bisogno di un riconoscimento esterno, di chiamare libertà la solitudine errante ed egoista. Dell’incapacità di fermarsi, a guardarsi dentro.

Il silenzio su una panchina al parco, dopo un orgasmo, durante un film, ascoltando una canzone che stringe il cuore, davanti al mare, nell’attimo prima di una risata sincrona. Il silenzio di chi sa che il cuore si ciba – sì – di emozioni passeggere, ma si sazia quando qualcuno sceglie di restare, di trasformare i battiti adolescenziali nell’adulta – consapevole – rassicurazione di stare bene accanto a quella persona. Ché in fondo l’amore è tutto lì, nel meccanismo ben oliato che profuma di casa.

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Casualties

Ci illuderemo, oh se lo faremo. L’abbiamo sempre fatto.
Che il treno sia giunto al capolinea, finalmente e purtroppo.
Che nulla sia più bello della solitudine, e delle novità, e della freschezza di ennesime prime volte.
Che in fondo non abbiamo poi così tanto da dirci.
Che in fondo non sei poi così bella. Che in fondo non sei poi così splendido.

Qualcun altro. Qualcuno con cui svagarsi. A cui non dovere niente. Qualcuno che non sappia farci piangere, ma forse nemmeno ridere. Qualcuno con cui fingerci migliori, oppure non fingere affatto, ché tanto il giudizio di chi non ci sta a cuore non conta. Qualcuno che riponga la tazza nel lavabo dopo aver fatto colazione anziché lasciarla sul tavolo, che beva caffè la mattina come ogni italiano che si rispetti.
Qualcuno con cui fare i pavoni gongolando nella ritrovata ricchezza di effimerità, con cui passare una sera, una notte, una settimana, un mese, a soddisfare le funzioni primarie più egoistiche. Aspettando l’amore. Aspettando la passione. Aspettando l’infatuazione. Aspettando quelle cose che con tutto il cuore speriamo non siano ancora cucite addosso a chi vorremmo lasciarci alle spalle. A chi è sbagliato per mille motivi, e per questo altrettanto irripetibile.
Qualcun altro. A cui strappare sguardi speranzosi e batticuori celati senza nemmeno saperlo. A cui affezionarsi per inerzia, ché a quest’ora cosa vuoi, mi va bene pure lei. Una fuga, un nuovo inizio prima che la fatica di conoscere e farsi conoscere prenda il sopravvento. Un passo, un segno – un palliativo – che possa tracciare più nettamente una fine che di fine ha solo la demarcazione tra tranquillità e disperazione. Calore e solitudine. Im-perfezione.

Una volta una persona mi ha detto che esistono due categorie di individui, quelli che hanno bisogno di ardere e quelli a cui basta una pacata – indolore – quotidianità. E che io appartengo al primo gruppo, perché la passione è il mio ossigeno, così come l’inseguire, il cadere, il rialzarsi, il ferire, il difendere, il piangere di gioia e depressione, l’urlare di rabbia e risate, l’ansimare di angoscia e di sesso.
In quel momento ho capito che ‘verità’ a volte fa rima con ‘condanna’. Una verità che nessun altro – e nessun’altra – potrà mai capire.
Ché l’inquietudine di fondo è il legame più indissolubile.