Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Categoria: Alice

I regret nothing

Anche di un anno così. Per il quale, anzi, più degli altri sono grata.

Perché per ora la mia famiglia è sana e salva, perché – seppur con qualche difficoltà – i miei genitori hanno obbedito ai miei diktat, modificando radicalmente la loro routine e trasferendosi altrove a tempo indeterminato. Lontani da questa Milano piena di contagi, ma anche piena di persone date per scontate che seguono le regole pensando al prossimo e non a una presunta libertà personale violata. Che antepongono il rispetto a un rabbioso tono di voce — quello che il tuo interlocutore sente lo stesso se parli al telefono con la mascherina, anziché abbassarla.

Ma soprattutto perché sono rimasta aggrappata al mio baricentro, che ho scoperto sempre più saldo di quanto pensassi. Anche quando ho vacillato, anche quando ogni cellula di me voleva attuare provvedimenti drastici, ruvidi, finalizzati sì all’autoconservazione ma non senza feriti lungo la strada. Qual è il momento in cui una decisione si fa scelta? Qual è il prezzo da pagare per non sentirsi mai in trappola? Forse quello della solitudine, come se negli ultimi 10 mesi non ce ne fosse stata già abbastanza per molti. 

Il 2020 ha creato un ulteriore, enorme divario tra i favoriti e tutti gli altri. E chi come noi è sulla sponda giusta del fiume lo deve in gran parte al caso. Ma non solo, talvolta anche al merito. Ed è bene ricordarseli, i propri meriti, dopo un anno come questo. Per capire il nostro valore oltre al privilegio. E per aiutare chi il fiume lo osserva dal lato sbagliato.

Perciò stasera, seppur astemia, brinderò a due persone.

A me, di cui sono sempre la più incessante critica: questa volta voglio dirmi “brava” per aver tenuto tutto insieme, senza mai dimenticare gli altri.
E a Giulia, che quel fiume lo ha attraversato anni fa per dedicare la sua vita ai più deboli. A lei va la mia imperitura stima per aver scelto di rinunciare alla fortunata normalità che culla i miei giorni.

Quattro

Era il 2016. Dopo qualche mese di frequentazione avevamo deciso di make a real go of it. In una chat, parlavo di noi così: consapevole ma stupita, razionale eppure intrigata.
Oggi queste parole brillano di rinnovato valore: perché ci siamo sposati (!), perché ci avevo (avevamo) visto lungo, perché quattro anni fa descrivevano chi avremmo potuto divenire mentre ora raccontano chi siamo, insieme.
Le lascio qui, per fissarle in uno spazio senza tempo, per non dimenticarle mai.

 

È una storia adulta, non quelle cose che partono con gli occhi a cuore e parole troppo ‘grosse’, che non sai se sia passione o vero impegno. Mi sembra più quel genere di situazione che comincia in sordina e si costruisce piano con un certo intento, che ti ci ritrovi ‘nonostante tutto’ (nonostante volessi stare sola, nonostante abbia fatto di tutto per resistere all’affezionamento…) e dici OK, proviamo. Ma proviamo sul serio. Proviamo a essere grandi, proviamo a condividerci davvero, proviamo a metterci in gioco e assumerci la responsabilità dei nostri caratteri di merda. A dirci tutto, a ‘stare male per stare bene’, a stare bene e basta. Ad accettare che quando si è in due le cose a volte sono difficili, e dure, ma finché si sta dallo stesso lato della barricata tutto resta possibile.