Voyeurismo musicale

Come Banana Yoshimoto ha scritto nel suo romanzo d’esordio, gran parte della storia è incisa nei sensi. L’olfatto soprattutto, almeno per me. E l’udito. C’è chi dice che sono troppo legata al passato, ai ricordi. Forse – chissà – ho semplicemente un’eccessiva memoria o paura di scordare dettagli, come quando perdi un amico in un incidente d’auto e vivi nel terrore di dimenticare – un domani – il suono della sua risata. Il modo in cui ti guardava con quegli occhi grandi e un po’ impauriti. La morbidezza della sua pelle ambrata. Ecco, forse ho solo paura di scordare – mentre di essere scordata non più. Quello lo metto in conto, accettandolo come ennesima dimostrazione del deludente apparato umano che mi circonda.
Molti miei frammenti – tanto intensi quanto spesso insignificanti – sono legati a delle canzoni. Brani non scelti che “passavano di lì” e fissavano, come acidi in camera oscura, un momento sulla carta fotografica del mio vissuto. Quasi a volermi fare un favore consentendo a una memoria indelebile di ricordarmi sempre chi sono stata, per non ripetere gli stessi errori, per essere grata. Istanti legati a doppio filo a una sequenza di note: non c’è rimpianto nell’ascoltarle né malinconia, solo un “voyeurismo emozionale” che fa riemergere sensazioni mai passate, proiettandole su uno schermo intimo che racconta di ferite, di sorrisi, di vittorie e tempo sprecato. Di tutto quello che in fondo la vita mi ha dato o che io ho saputo (non) prendermi. Questa sera, durante le mie faccende domestiche procrastinate fino alla morte, ho annotato brani a caso in grado di ricordarmi qualcosa di forte. “Chissà se tramutarli in parole ha senso”, ho pensato. Dunque ecco qualche piccolo, inutile esempio.

“Devil wouldn’t recognize you”, Madonna

Sono seduta su una panchina di Piazza Santa Maria Liberatrice, Roma. Minigonna nera di jeans, la maglietta più bella e costosa che possiedo. Immobile, frastornata, confusa, non so nemmeno da quanto sono qui. Intorno a me bambini gradassi e anziani signori che sembrano conoscersi da una vita. Tutto scorre colorato, io invece mi sento fredda, sbiadita. Come questo rosso innaturale che ho colato sui capelli e che a ogni shampoo perde d’intensità.
Ho trascorso la notte in bianco a singhiozzare, pranzato controvoglia in trattoria guardando nel vuoto e ora sono nascosta sotto questi alberi – nella malinconica afa d’inizio settembre – a fingere di essere altrove. Altrove, pur di non salire in casa. Quella casa che sentivo mia, per cui ho comprato stampe da appendere alle pareti, luci rosse al neon per fare atmosfera, piccoli soprammobili a scandire la nostra prima storia d’amore. Un amore adolescenziale, puro, fragile come i sogni d’infanzia. Un amore che per anni ho difeso a spada tratta fino a quando, ieri notte, la sua voce ha detto Non ti amo più. Quasi a volersi togliere un peso, un peso che forse ero io.
Una prima goccia di pioggia mi cade sulla spalla, sembra volermi risvegliare dal mio stato catatonico. Rinsavendo, ascolto la canzone che ho nei timpani: “Nemmeno il diavolo ti riconoscerebbe”, dice. E in effetti, dopo ieri, di familiare non è rimasto più nulla.

“Favourite girl”, King Creosote

“Voglio farti sentire una canzone che mi piace molto” ha detto. Sono seduta sul suo letto, in una stanza così ordinata da sembrare maniacale, all’ultimo piano di una villetta da qualche parte nel nord di Londra. Ci conosciamo da quasi due anni eppure questo è stato il nostro primo appuntamento ufficiale. Di quelli in cui si va a cena fuori, per strada fa freddo ed entrare nel ristorante è un sollievo che mitiga quel sottile velo d’imbarazzo tipico di queste circostanze. Dopo aver studiato ogni voce del menù ispanico ho ordinato il piatto di agnello più buono della mia vita, fotografato le sue braccia sul bancone di legno, pensato che non mi piacciono i biondi ma che lui ha stile da vendere. Una volta usciti siamo saliti su un taxi, il mio primo taxi londinese nonostante abbia vissuto qui due volte. Un thè caldo in salotto, una coperta dell’Ikea sul divano, lampadine a basso consumo. E poi quella stanza immacolata, luminosa, essenziale ma accogliente, dove a farla da padrone sono chitarre, casse, giradischi e quant’altro. La canzone la ascolto rannicchiata sul piumone, in posizione fetale: non dormo da quasi un mese, da quando mi hanno detto che Francesco non c’è più. Sono sfinita, scoraggiata, a pezzi. Scappata a Londra per non pensare. Non c’è malizia nell’aria, non c’è squallore: tutto è puro, quasi timido, per nulla scontato. Mi volto verso il muro e comincio a piangere: sono lacrime tacite che scendono da sole, tale è la mancanza, l’impotenza, la malinconia che provo da settimane. Mi asciugo gli occhi e sento lui, che di mestiere fa il cantante, intonare il testo. Sorrido. Sembra quasi che me lo stia dedicando. Sembra quasi, per un attimo, che tutto abbia un senso. Sono intontita, ma improvvisamente tranquilla: stanotte riuscirò a dormire, me lo sento. E per di più in un caldo abbraccio.

“Bolero”, Maurice Ravel

“Adesso ne metto su una che non ha rivali”, dico. Non queste parole esatte, forse. Ma il senso è quello. Due occhi turchesi – con una punta di giallo – mi guardano curiosi, aspettandosi la canzone del momento oppure qualche brano rock evergreen. Appena il Bolero inizia, una risata. Sgranocchio tortilla chips avvolta in un asciugamano chiaro. Abbiamo fatto il bagno in mare, poi la doccia insieme. La spiaggia era grande e deserta: è un mercoledì di fine giugno e nel mio ufficio credono che io sia a un matrimonio dalle parti di Roma. Fa caldo, c’è il sole, l’aria profuma di vacanza. Guardo il mare di Alcamo Marina dal terrazzo, conscia che probabilmente non lo rivedrò mai più. Nessuno sa che mi trovo qui. Sono atterrata a Punta Raisi verso le otto del mattino e tra neanche dieci ore tornerò a Milano in aereo: una follia, un colpo di testa. Eppure ora, cullata da queste note – lontana da tutto ciò che della mia vita è reale – riesco solo a pensare che ne è valsa la pena. E che è bello essere quel tipo di donna che non ha paura di fare pazzie.

“Everyone’s at it”, Lily Allen

Oltre a essere enorme, questo televisore ultrapiatto offre anche un’ampia selezione di album. Mi faccio incuriosire dalla copertina e scelgo Lily Allen. La prima canzone che riempie l’etere è questa. Ma non è il solo rumore che si sente. C’è il ribollire dell’idromassaggio e lo scroscio della cascata artificiale che si riversa in quella che più che una vasca incassata nel pavimento pare una piscina. Ma soprattutto ci sono le risate delle altre, della mia più cara amica. Motel K, Casei Gerola. Suite Thailandia. Quando ho deciso di prenotare qui mi hanno presa per matta, e di certo alla reception, nel vedere quattro ragazze, c’è stato un attimo di perplessità. Fino a ieri avevo la febbre alta e una contrattura al collo che mi impediva persino di muovermi nel letto. Ora sono in bikini a mollo, senza pensieri, a godermi i sorrisi delle partner in crime di ‘sta cazzata. Abbiamo portato da bere, mangiare e fumare. Pranziamo nel nostro giardino privato, al sole; lasciamo snack salati a bordo vasca da agguantare mentre siamo in acqua; ci divertiamo a indagare ogni minima diavoleria della stanza extra-lusso del motel. Letti matrimoniali scorrevoli, passavivande per ricevere cibo senza interagire col personale, doccia trasparente in mezzo alla stanza. Oggi si chiude un pezzo della mia esistenza, nel bene e nel male. Sono felice delle persone che ho scelto per condividere questo momento. Sono felice di averle rese radiose con questa mia bizzarra idea. Sono felice e basta. È uno dei giorni più belli della mia vita: da oggi farò del suo numero il mio portafortuna.

“Mi ami davvero”, Luca Carboni

La passano alla radio e ogni singola parola mi fa pensare alla grandezza di un amore di cui sono stata per anni testimone fino al suo epilogo, pochi giorni fa. Un mattino senza pioggia, gelido come sa essere dicembre in montagna. L’abbiamo sepolta in Valle d’Aosta mia zia, che ha fatto appena in tempo a compiere quarant’anni prima di arrendersi – lei, combattiva e fiera – a una malattia improvvisa e feroce più grande della sua tenacia. Di tutti noi. Sono in camera mia, seduta sulla moquette, a chiedermi come farà suo marito, che viveva per lei, ad andare avanti. Come posso aiutarlo? Come si sopravvive a tutto questo? Al sorridere alla donna che ami fino all’ultimo giorno, anche quando delira, anche quando il suo incarnato ha l’innaturale colore della morte, anche quando la senti rantolare prima che i respiri si diradino sempre più, sino a smettere. Chiudo gli occhi e la rivedo seduta al grande tavolo da pranzo della casa in montagna, mentre si volta a guardare mio zio, in piedi alle sue spalle: le guance abbronzate riempite da un sorriso, gli occhi all’insù, innamorati e divertiti. Li ricordo sul letto, dopo una delle loro gite, intenti a studiare il sentiero per l’impresa dell’indomani, le mappe a coprire le lenzuola. Insieme. Fino all’ultimo. Prendo carta e penna e – commossa – scrivo a mio zio una lettera che non gli darò mai.
Ancora me lo domando, come si faccia ad avere fiducia nella vita dopo una lacerazione simile.

“The golden age”, The Asteroids Galaxy

Non ero mai stata in una casa che non fosse la mia, qui in paese. Non avevo mai osservato il panorama da un’altra finestra, da un’altra prospettiva. Vedo le persone camminare per Via Roma, sento il loro brusio costante, come nelle piazze in alcuni giorni di festa. Abbiamo portato l’XBox per guardare un film – Into The Wild – e per ingannare il tempo come ragazzini. Mi sono appassionata a un gioco di Texas Hold’em: ci armeggio seduta per terra davanti al televisore mentre lui, sul divano dietro di me, osserva le manches e mi dà consigli. Sto diventando bravissima, sono quasi pronta per giocare nel mondo reale – dico – cosa che non farò mai. C’è uno spot pubblicitario che come colonna sonora ha questa canzone così allegra da risultare quasi fastidiosa: ogni volta che passa in tv mi alzo dal tappeto e comincio ad ancheggiare in modo volutamente buffo, per farlo ridere. Ci divertiamo, ma in un angolo del mio cuore avverto la sensazione di starmi sforzando per condire di allegria il nostro presente. Un’intuizione passeggera, il presagio che non durerà per sempre.
Quella tranquillità un po’ prevedibile che abbiamo costruito, e che a tratti somiglia alla stabilità che inseguo da una vita, non basterà. Non mi basterà.

“Nothing else matters”, Metallica

Non pensavo di essere ancora in grado di emozionarmi per un’uscita con un uomo, eppure sta succedendo. Non me lo ricordo nemmeno più quand’è stata l’ultima volta che mi sono fatta bella per qualcuno che nemmeno conoscevo. Qualcuno a cui voler piacere senza un preciso motivo. Qualcuno per cui ti viene voglia di mettere il rossetto e impiegare il doppio del tempo a truccarti, e scegliere il vestito che secondo te ti sta meglio e le autoreggenti che non avevi mai estratto dalla confezione aspettando un’occasione speciale. Lui è puntuale, si è messo carino, sorride e io non so che vederlo sorridere è raro. Non so che dovrei godermi quel momento ancor più di quanto sto facendo, ammesso che sia possibile. Fa freddo, è metà novembre. Sabato. Ho sempre pensato che il sabato i maschi uscissero coi loro amici, non con le ragazze. Non sono abituata a comunicare il mio indirizzo, a una macchina che mi aspetta sotto casa, a lasciare decidere a un altro dove andare. Non sono nemmeno mai stata al ristorante giapponese, però ho accettato a scatola chiusa, stranamente senza replicare. Avevo voglia di legare a questa persona qualcosa di totalmente nuovo per me. La prima di tante novità, scoprirò in futuro. Mentre attraversiamo in macchina Piazzale Biancamano, dalla sua chiavetta mp3 collegata all’autoradio emerge questa canzone. Non lo facevo un tipo da Metallica, non lo facevo un tipo da “cose che piacciono anche a me”. Alzo un po’ il volume, canticchio il testo. Vorrei che questa canzone – che questa sensazione di novità, curiosità, attrazione, sintonia, leggiadria, mistero, trepidazione – non finisse mai, come se fosse l’ultima volta che alla mia anima è concesso tremare. Vorrei sentirmi per sempre bella come stasera, dove lui ha avuto occhi solo per me – cosa che non capiterà quasi più in tutto il tempo a venire. Nel guardarlo guidare capisco che non sarà una storia di qualche notte, e mi chiedo in silenzio se anche lui abbia lo stesso pre-sentimento.

“Succar ya banat”, Khaled Mouzanar

Da quando mi hanno consigliato di vedere “Caramel” mi ci sono così appassionata da aver impostato Spotify sulla sua colonna sonora, in loop. Non è stata un’annata facile: ho dovuto lottare con i miei mostri per stare a galla, per abbandonare gli antidepressivi e ricostruirmi da sola. Questa stanza azzurra è stata il mio rifugio. L’ho affittata e decorata nel più personale dei modi per sentirla mia. Ho pianto molto tra queste pareti. Ma ho anche riso, dormito con le amiche in visita dall’Italia, con mio fratello, con la mia adorata coinquilina polacca, con un compagno di master. Mi sembra passata una vita dal mio ritorno a Londra, invece sono trascorsi poco più di sei mesi. So che a Milano continua a piovere, qui invece da aprile splende il sole e a Southwark Park si sta in costume. In un tiepido pomeriggio primaverile mi godo questa canzone sdraiata sul letto. Dalla finestra aperta una soffice brezza mi carezza il viso. Sento dei bambini giocare tra le aiuole del giardino. Qualcuno giù in cucina sposta piatti e pentole. Guardando il cielo azzurro sopra di me, all’improvviso mi rendo conto che non sento più dolore. Un momento perfetto, irripetibile. La svolta in cui non avevo osato sperare. Mi sento in pace con tutto, coi miei errori e con quelli degli altri. Posso perdonarli, posso perdonarmi. Posso persino morire, adesso: morirei felice. Respiro a fondo, resto immobile, lascio che il calore dell’esistenza – scorrendo dentro di me – raggiunga la punta delle dita. E poi gli occhi, con un velo di commozione. E poi la bocca, in un sorriso placido. Sto bene. Finalmente so di nuovo stare bene.

“Living Darfur”, Mattafix

Siamo state a una festa, non ricordo nemmeno dove. Non guidavo io, come al solito. Era una casa in campagna, abbarbicata su qualche collina lombarda o piemontese. Quattro compleanni insieme, una marea di gente: cibo, alcol, musica, un grande giardino, una villa destinata a tramutarsi in letamaio. Non è il mio genere di festa, o meglio io non sono una da feste. Da poco in Italia, da poco single (e tinta di biondo), attraverso una fase di quiete prima della tempesta ma ancora non lo so. Per il momento sto a galla, esco spesso con le amiche, mi tengo impegnata e nel mentre spero che tutto si aggiusti, che non sia davvero finita. Un’illusione che in futuro imparerò a non ripetere. Non mi diverto, specie quando tutti iniziano a essere troppo ubriachi, ridicolizzandosi senza accorgersene: c’è qualcosa di tremendamente grottesco nelle persone agghindate – donne soprattutto – che iniziano a urlare e agitarsi deturpando la facciata che hanno faticosamente costruito a suon di appretto, nodo alla cravatta, make up, piastra per capelli e quant’altro. Una di noi si prende una sbronza colossale, si addormenta su una sdraio e ci vuole un’oretta buona per farla rinsavire. Verso l’alba, quando dal nulla compaiono panini – credo alla carne – cucinati da non so chi, ci mettiamo in viaggio per tornare a Milano. Al volante un’amica affidabile, dolce, comprensiva, mai sopra le righe, a cui invidio il timido, discreto aplomb. Quando la radio passa questa canzone, alza il volume dicendo che le piace tantissimo: è bello sapere qualcosa di lei, in fondo non la conosco poi così bene. La musica riempie l’abitacolo mentre l’auto costeggia una strada provinciale. Il cielo si fa sempre più chiaro, è un nuovo giorno. Sono stanca, ma guardarla mentre guida e sussurra la sua canzone mi riempie di tranquillità. Nonostante il sonno, una volta a Milano teniamo ancora un po’ in vita la nostra serata andando a caccia di brioches. Sono le sette del mattino, è tutto chiuso. Bussiamo alle retrovie di Princi e riusciamo a farci dare dei cornetti appena sfornati. Torniamo a bordo, ci fermiamo in Piazza Castello: la macchina letteralmente sul marciapiede, dinanzi alla fontana. Sedute sul bordo, mangiamo e rievochiamo i momenti salienti della festa. Il sole è già caldo, è fine giugno. Contro ogni pronostico, mi rendo conto che in realtà è stata una bella serata. A renderla tale è quel momento di complice semplicità.

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