Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: luglio, 2012

Non sei tu, sono io

Il confine tra emozione e dolore è molto labile, così come quello tra amore per se stessi e per gli altri, o ancora tra amor proprio ed egoismo. Non mi sono mai piaciute le barriere, le linee di separazione, le due sponde di un fiume. Ho sempre pensato che sia più bello nuotarci, in quel fiume, anche a costo di farsi spazzare via dalla corrente. Non credo nei freni, nell’eccesso di scrupoli, non credo in niente che possa rallentare i brividi della vita e l’audacia – persino la sfrontatezza più incosciente – con cui a mio avviso bisognerebbe viverla.

L’intensità mi ha sempre fregata. Non sono una che entra in punta di piedi nella vita degli altri, non sto in un angolo a guardare il tempo scorrere senza far niente, non sono quella che ambisce al minimo sindacale esistenziale pur di sopravvivere, ed è per questo che probabilmente passerò gran parte della vita da sola, incapace di trovare qualcuno just as wild as me.

Non sei tu Alice, sono io. Io che non sono pronto. Io che non sono capace. Io che penso che stare con te sarebbe una totale assurdità (sic!).

Bastano cinque parole per archiviare una donna. Per lasciarsela alle spalle. Per tornare alla propria vita di solitudine scelta, stoica, dove il confronto con il mondo esterno può essere rinviato a data da destinarsi. Cinque semplici parole che farebbero perdere la pazienza anche a una santa, perché nessuna di noi – nessuna – vuole una frase fatta come battuta finale di un libro mai scritto. Un libro che avrebbe raccontato un amore intenso, tormentato, passionale, altalenante, conflittuale, romantico. Che ci avrebbe dato qualche ruga in più e certamente diversi grattacapi, ma sempre stemperati da un ultimo sorriso. Che avrebbe conferito al sesso il più alto significato possibile, fondendo due anime tra loro anche nel momento in cui giocano a farsi del male.

Essere come un piccolo uragano che abbraccia e travolge le persone che incontra non è un vanto, è una condanna: per quanto tu voglia amarle, per quanto tu voglia spronarle, ispirerai loro paura, non interesse. Sarai come quei vestiti, quei film, quei viaggi di cui si dice ‘è bellissimo ma non è il mio genere’. Arrivederci e grazie, ammesso che grazie ti venga detto. Si prenderanno un poco di quello che hai da offrire, come gli assaggi dei menù per decidere il banchetto nuziale. Vorranno leggerla nei tuoi occhi, quell’intensità, con la curiosità e lo stupore con cui si guarderebbe un’aliena. Si lasceranno amare giusto il tempo necessario a spaventarsi, atterriti dal tuo flusso di emozioni, intenzioni e sogni tanto dirompente. Non capiranno che anche il più feroce uragano cerca solo la quiete, il silenzio, la resa, due braccia tra le quali affondare e sentirsi a casa.

Una volta ti ho detto che la cosa più difficile per una donna combattiva come me – che sente sempre di dover dimostrare qualcosa, di doversi difendere – è concedersi il lusso di abbassare la guardia davanti agli occhi di un uomo, di mostrarsi vulnerabile, piccola, incasinata, emotiva. Era bello riuscire a farlo con te, contro ogni logica, quando la tua mano accarezzava la mia pelle. Bastava così poco per dare un senso al tutto. Senza parole, senza domande, ché le risposte, in fondo, erano tutte nel calore del tuo tocco.

Mi dispiace, tesoro mio, di essere una donna così idealista da aver creduto che combattere per un’emozione fosse la scelta più naturale e legittima di questo mondo.
Mi dispiace di aver pensato alla tua felicità ancor prima della mia, di aver visto un enorme potenziale inespresso in te e averci puntato – perdendo – tutta la mia sana follia, come se il nostro rapporto fosse una roulette.
Mi dispiace di aver sognato per te una vita diversa dall’anestesia totale in cui anneghi le tue aspirazioni.
Mi dispiace di aver desiderato per te un lieto fine, lontano dalla mediocrità che scegli come rifugio ovattato delle tue insicurezze.
Mi dispiace di aver sperato di crescere insieme a te, curando le nostre rispettive ferite, per rinascere migliori.
Mi dispiace di avere fatto follie pur di dimostrarti il mio affetto: invece di gonfiarti il cuore hanno ferito il tuo orgoglio, facendoti sentire piccolo e sconclusionato dinanzi alla mia capacità di trasformare ogni ostacolo in una passeggiata.
Mi dispiace di avere ancora abbastanza dignità e consapevolezza da non voler far parte della tua vita – come vorresti tu – in veste di comparsa, una delle innumerevoli femmine di cui ti circondi per sentirti meno solo. Forse non sai che a una Donna bisogna offrire un’esclusiva, non un posto qualsiasi di una lista. Non sono io ad abbandonarti, splendore mio, sei tu che hai scelto di perdermi per sempre il giorno in cui hai preferito l’indolenza alla felicità.
Mi dispiace di averti desiderato così tanto da farti paura.
Mi dispiace di aver creduto che tu fossi un uomo di cuore.
Mi dispiace di essere così maledettamente troppo per te.

Come vedi non sei tu, sono io.

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Pioveva

Come quando la notte ti svegli perché il cielo sembra tuonarti addosso. Come quando le strade si allagano e ci si rintana in casa come ladri, come cuccioli. Come quando vorresti fregartene di tutto e andare sotto quell’acqua a girare su te stessa anziché lasciare che ti renda malinconica. Come quando a distanza di tempo ti viene da dire “Ti ricordi che diluvio quel giorno?”.

Pioveva, come se il cielo volesse rendere quell’incontro speciale, lavando questo sporco mondo per offrircelo rinato, pulito, teatro dei nostri sguardi.
Stavo alla finestra come una bambina che aspetta Babbo Natale anche se sa che non esiste. Come una donna che ha il cuore in gola dall’emozione, contro ogni logica.
Ho visto la sua auto fare retromarcia, contromano, per tutta la salita, per non farmi camminare sotto l’acquazzone. Non gli ho mai detto che sarei corsa giù per quella strada anche scalza, sotto al diluvio, pur di potere finalmente vedere il suo sorriso.

Sono salita sulla macchina, trepidante. Ho intravisto un po’ di imbarazzo sul suo viso e mi sono chiesta se anche lui scorgesse la timidezza nel mio sguardo fiero e spaventato.
L’ho guardato, finalmente, e la sola cosa che ho sentito dentro – quel tipo di sensazione vera quanto la vita – è stata: Voglio farlo felice.