Una versione migliore

Ci lasciammo che era quasi San Valentino. Ironico, no? Sarà pure una ricorrenza stupida e inutile, ma di certo finire una storia appena due giorni prima non è tra i dettami del vademecum del tempismo.
Di quella sera conservo un ricordo confuso ma anche nitido, ché il dolore – col tempo – più che ferite lascia insegnamenti, delle strade da percorrere diversamente, o da non calpestare mai più. Ricordo vividamente il freddo di febbraio nelle ossa, le lacrime bollenti, il respiro che viene a mancare tra i singhiozzi, i sogni fatti a pezzi, la mia incredulità.

Più di tutte, però, rammento un’altra cosa: un labile, sottile, sotteso senso di libertà. Silenzioso, ma già più forte di quel male al cuore. L’istinto di sopravvivenza che arriva alla fine di un incubo, anche quando lo chiamiamo “amore”. Ricordo i passi verso casa in apnea, tre piani in ascensore tremando, il soprabito ancora addosso mentre mi siedo sul letto a fissare il vuoto col cuore scavato. In quel momento, in cui forse avrei dovuto disperarmi e tenere la testa voltata indietro, la mia mente era in preda a quattro pensieri in loop, sbocciati in un istante – senza che me ne accorgessi – dalle radici di quel dolore.
Ho voglia di tornare a studiare.
Ho voglia di partire.
Ho voglia di pensare a me.
Ho voglia di essere felice.

Vivere: di questo avevo urgenza. Togliermi le catene che m’ero messa da sola tutte le volte che non avevo detto no, che non avevo avuto il coraggio di andarmene, che non avevo ammesso a me stessa di aver idealizzato un uomo orrendo. Che non mi ero perdonata per essermi privata di ciò che meritavo senza proteggermi, fino a quando la mia pelle di porcellana – bianca come la purezza – era divenuta grigia e spenta.
Ero brutta, e infelice, e banale, “per amore”.

Di quella sera, oggi ricordo l’esatto istante in cui ho sentito che c’era un mondo intero da scoprire, fuori e dentro di me. Che la vita era altro, e a un passo dai miei occhi. Che chi ti ama non ti cambia, se non in meglio. Che la fuga è molto più nobile di quanto si creda, e andrebbe cavalcata più spesso. Che l’audacia di cambiare ripaga sempre. A due settimane da quella fine avevo già affittato una piccola casa tutta mia: lì dentro ho progettato viaggi a Hong Kong, Taipei, Seul, New York, Pechino, Shanghai, Santorini; ho ospitato amiche e amici da tutta Europa; ho cominciato a studiare spagnolo, per imparare qualcosa di nuovo; ho scopato ragazzi conosciuti poche ore prima, e quelli che volevo sedurre da una vita; ho fatto tutto ciò di cui avevo voglia, tenendo fede alla promessa di quella fredda sera di febbraio, su quel letto.
Ho vissuto, ogni giorno. E quando il tempo ha rimarginato del tutto le ferite, ho vissuto ancor di più. Fino a quando, oltre due anni dopo, sono tornata ad amare. Stavolta scegliendo la persona giusta.

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