Silenzi/o

Il silenzio non dovrebbe mai riprodursi: niente matrimonio, niente figli, niente nipoti, niente di niente.
Quando si moltiplica, quando è soppiantato dal plurale – dai silenzi – tutto cambia.
Alla pace subentra la tensione. Alla complicità di due sguardi il fastidio, talvolta il disprezzo. È il linguaggio dell’intolleranza, è l’inizio di ogni mortificazione.
I silenzi fanno rumore come le coltellate: nessun frastuono, solo ciò che basta ad assordare il cuore. I silenzi riempiono la casa come nessuna risata sa fare: la infestano, appestano, trasformano in culla del rancore. Ogni minuto che passa – ogni istante in cui l’orgoglio e la stupidità umana lo prolungano – è un fallimento evoluzionistico. È come dire “Avevamo l’occasione di essere maturi, ma abbiamo scelto di sprecarla”. In palio – in fondo – c’è solo la solitudine, quella che ci illude di essere la soluzione per poi trasformarsi in lancinante senso di abbandono, ché la ragione – l’aver ragione – è l’oppio dei perdenti, coloro che perdono qualcosa. O qualcuno.

Se non ci rivolgiamo la parola non esistiamo. O perlomeno l’altro non esiste per noi. E quando l’altro non esiste è come se l’avessimo affogato nella vasca da bagno, in uno di quei delitti che Erano due brave persone, salutavano sempre.
Una coppia dovrebbe essere formata da individui che stanno dalla stessa parte della barricata, non ai lati opposti, eppure la paura sa essere più forte di ogni alleanza. La paura come unica certezza del presunto amore. Ciò che penso è che dovremmo imparare ad avere paura insieme, immolando il nostro egocentrismo al dio del buon senso.

Parlatevi. Non logorate il tempo che vi è concesso.
Ascoltate chi vi ama, qualsiasi cosa abbia da dire.
Il futuro è nel confronto.

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