Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Mese: gennaio, 2021

Londra

Ci ho vissuto due volte. E per due volte non l’ho sfruttata al meglio. Occasioni mancate, a volerla riassumere crudelmente. Due grandi insegnamenti, per come la vedo io.

Nel primo caso fu la fine della mia storia in Italia a fregarmi, trascinandomi in un abisso di domande senza risposta, annullamento e inazione. Fino a non alzarmi più dal letto mentre, là fuori, la città si faceva amare da qualcun altro. In quella circostanza non fu il cosa a sconvolgermi, ma il come: un abbandono meschino nell’unico momento in cui bisognava lasciarmi vivere pienamente un’esperienza importante e meritata. 
E da qui una lezione non da poco: se non ti difendi mai, sarai sempre la persona sacrificabile della coppia.

La seconda volta, a fottermi furono depressione e ingenuità. Poco dopo il trasferimento interruppi, con le giuste modalità s’intende, il mio piano terapeutico a base di paroxetina: una mossa poi rivelatasi troppo ottimista, sebbene sotto benestare medico. Nel frattempo infatti stavo intessendo un nuovo rapporto sentimentale malato, che credevo di avere sotto controllo solo perché ero ancora supportata dai farmaci. La loro assenza, insieme alla lontananza dagli affetti, a quella nuova frequentazione tossica, e ai diktat autoimposti perché sono venuta fino a qui perciò devo portare a termine il mio progetto, mandarono tutto in frantumi. Ma non invano. In quell’occasione ho imparato qualcosa che prima di allora mi era impensabile: tirarsi indietro e arrendersi non sono necessariamente la stessa cosa. Infatti quel progetto lo abbandonai, eccome, ma non per viltà: semplicemente non era ciò di cui avevo bisogno per stare bene.
Oggi, il mio solo devo è proprio questo: distinguere sempre cosa mi aiuta e cosa no. 

Nonostante il retrogusto amarognolo, amo Londra e le piccole cose che mi ha lasciato.
L’arte dell’attesa, ché se hai fretta il problema è il tuo non saper ingannare o accettare il tempo. Fare pace con la pioggia, crudelmente battezzata “brutto tempo” quando sono solo vestiti bagnati. Le due amiche che non mi hanno mai fatto mancare vicinanza e attenzione: la testimone di entrambi quei periodi londinesi, nonché delle mie nozze; la coinquilina abusiva della mia seconda casa, che ogni volta che ci ritroviamo è come se ci fossimo salutate il giorno prima.

E poi le luci di Natale. I marciapiedi del centro. Il silenzio delle periferie di sera. Il cibo indiano in ogni dove. L’arte. I mattoni. Il braccio teso davanti agli autobus. L’efficienza dei lavori in corso e dei customer care. Vedere l’alba sul Tamigi. La gente a teatro. Il sogno europeo.
E il mio Greenland Dock, che mi fermavo ad ammirare anche quando il vento era gelido e tagliente. Piccoli momenti di pace a indicarmi la via. Quella che mi ha resa chi sono ora.

Firenze

È stata il teatro del mio primo amore. Dei primi mesi insieme in cui tutto è possibile.
Il cuore pronto a esplodere ogni volta che il treno fermava a Santa Maria Novella o Campo di Marte. Il sole anche d’inverno, molto più che a Milano. Il caldo opprimente estivo, quando ancora davanti allo specchio nessuna gonna era troppo corta e nessuna maglietta troppo scollata. Le case basse del centro, con le imposte verdi invece delle tapparelle. Nuovi modi di dire, che ancora ricordo, da imparare. Golose abbuffate di ricette locali, fregandosene delle conseguenze. E la perenne, indimenticabile sensazione di trovarsi in un altro mondo: quello della scanzonatezza giovanile, in cui la felicità non ha alcun prezzo.

Non sono mai riuscita a tornarci. Per anni ho creduto che a impedirmelo fosse l’amarezza tipica di una prima storia che finisce: il ricordo del sogno infranto, il prezzo – quello sì – dell’infelicità. Poi ieri mentre la tv proponeva immagini di Firenze – scorci di una vita così lontana da non sembrare nemmeno mia – ho compreso che a trafiggermi non è affatto il finale doloroso, bensì la gioiosità di cui quegli angoli furono testimoni. Come quando guardi una vecchia foto di un momento speciale e capisci che, più che gli anni, a dividerti da quel giorno è ciò che nel mentre si è depositato sul tuo cuore. Quella ruvidità salvifica e necessaria, la cui assenza in giovane età rende però il primo amore tanto unico e dirompente.

Il pensiero di Firenze mi riporta a un’innocenza irripetibile, a una foga sentimentale perduta, alla capacità di sognare un futuro impossibile senza al tempo stesso preoccuparmi del domani. Mi ricorda quanto oggi sono diversa, benché nettamente migliore. E che questa testa sulle spalle talvolta pesa, mentre il cuore di allora volava. Non è rimpianto, semmai accettazione: cerchiamo di trattenere la vita in un conteggio – degli anni, delle stagioni, dei momenti importanti – ma in verità sfugge a ogni presa. Ed è per questo che rivedere un dato luogo può fare male: perché personifica ciò che la tua età, esperienza e solidità, non ti faranno mai più essere. Il vero invecchiamento, per cui non esiste crema miracolosa.