Ancora cinque minuti

Ballavo da sola. Con la porta chiusa a chiave. Di notte.

Non potevo dormire, proprio non riuscivo. L’adrenalina scaturita dal primo incontro con lui mi teneva sveglia, come una bambina che attende il Natale la sera della vigilia. Una bambina che ancora non sa che ogni donna nella vita aspetterà sempre qualcosa che forse non arriverà mai.
La memoria è una trappola: pensiamo che non scorderemo mai certe emozioni, invece lo sforzo di ricordarle ce le fa perdere nel flusso del tempo. Più ci attacchiamo a ogni loro dettaglio, più le guastiamo, rendendole diverse dall’originale, meno autentiche.

In cuor mio sapevo che non avremmo mai più avuto una giornata come quella, fatta di mani inseparabili e sorrisi ebeti, di baci e brividi inaspettati. Volevo solo viverla ancora un po’, volevo berla fino all’ultima goccia. Non svegliatemi, ancora cinque minuti.
Eravamo stati in un negozio in centro, avevo provato un vestito rosa, mi aveva detto “Stai benissimo”. L’aveva fatto con lo sguardo di chi ci crede davvero. Di chi è bravo a mentire. La radio passava un brano che non avevamo scelto, colonna sonora inconsapevole di quel momento stupidamente perfetto. Mi sentivo invincibile, come solo l’entusiasmo verso un uomo nuovo sa farti sentire.

Sono tornata a casa, e nel silenzio di una città addormentata ho cercato quella canzone: volevo sognare a occhi aperti, volevo rimanere aggrappata a quel momento così bello, volevo regalarmi il fasto della speranza prima che la realtà la infrangesse. Sperare è il più grande lusso che possiamo concederci. Sperare in nuovi sorrisi, sperare nei colpi di scena, sperare in un amore fresco che ci curi l’anima.

L’ho ascoltato decine di volte, quel brano. Per ore. L’ho ballato scalza, senza far rumore, immaginando per noi i più bei colori del mondo. Ho ballato come se non esistesse un domani che non fosse insieme a lui, come se i nostri respiri già si appartenessero.
Quando Morfeo mi ha teso la mano gli ho chiesto di potermi svegliare in una vita fatta di giornate come quella. In un mondo dove sognare a occhi aperti non fosse né un reato né un lusso. In un capitolo nuovo dove chiamare l’abbraccio di quell’uomo ‘casa’.

Oggi, quando il mio lettore mp3 mi propone quella canzone, mi rivedo in leggings e t-shirt su un pavimento di tappeti e parquet, e sorrido.
“Che sciocca”.

 

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