Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: giugno, 2012

Anche se non lo leggerai mai, o forse proprio per questo

A te che non leggerai mai queste parole, perché sono inutili e noiose. Perché fanno paura, come tutte le cose troppo vere che non trovano spazio in questo mondo.
A te che ti difendi attaccando, provocando, scappando. Che pensi troppo e osi troppo poco.
Alla tua camminata buffa, trascinata e molleggiata, che ti distingue da chiunque altro e mi fa sorridere il cuore.
Ai tuoi occhi piccoli e stanchi, che in silenzio notano tutto, che se li incroci con lo sguardo è subito batticuore.
Alle tue mani grandi, calde, attente. Al loro tocco timido, che cancella i pensieri dalla mia pelle.
Alla tua ironia incessante che non conosce né tatto né tempismo. La tua strada battuta e sicura, senza imprevisti.
Al tuo testone bacato, colmo di pessimismo ma soprattutto di acuta, sottile intelligenza.
Al modo inconsapevole in cui ti racconti, mentre io faccio finta di non ascoltarti troppo per paura che tu smetta.
Alla tua ostinazione, che fa a botte con la mia follia.
Ai sorrisi veri che disegni sul mio viso e che ti sforzi di non vedere.
Al giorno – non troppo lontano – in cui faremo finta di non esserci mai conosciuti.
A te che sei splendido nella tua cocente imperfezione, ma non lo sai.

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Notte prima degli esami? Anche no.

Domani, come ogni anno, cominciano gli esami di maturità. E come ogni anno i telegiornali ci hanno ammorbano con servizi inutili ad hoc, tutti rigorosamente accompagnati da una canzone che forse Venditti avrebbe fatto meglio a non scrivere.

Non mi è mai piaciuto il liceo, e ritengo imbecille chiunque lo rimpianga. Passare cinque anni a marcire in mezzo alle stesse persone è peggio che regalare i tuoi anni migliori a un lavoro. Almeno lì – se sei fortunato – ti pagano. Per il resto però non cambia molto: ci saranno sempre le femmine invidiose, i maschi gradassi, i leccaculo, i ‘capi’  frustrati e soprattutto i bigotti. Quelli che se parli in modo sboccato non sta bene, quelli che in privato ti dico come mi sborro nelle mutande ma in pubblico devo fare il perbenista del cazzo, quelli che parlano di precariato e sinistra con in tasca la casa di proprietà regalata da mami e papi.

Quello della maturità è stato il mio annus horribilis, il punto di non ritorno in cui qualcosa è cambiato per sempre. E non per gli esami, che anzi sono stati solo una liberazione, la fine di un’era che mi aveva creato danni e disturbi irrimediabili.
Ho già parlato di lui, senza dargli un nome, senza elargire dettagli. Ma stasera, dopo tutto il Venditti propinato dai media che per lavoro non posso evitare, mi è tornato in mente quel momento. Quel blackout lungo un istante infinito in cui qualcuno – magari un tuo mero conoscente, magari uno che nemmeno sa pesare le parole – ti telefona out of nowhere e ti dice che quella persona, per come la conoscevi tu, non c’è più. Che è sotto i ferri da ore, in un tentativo disperato e vano di salvargli il cervello. Che il suo viso era intatto, intonso, neanche un graffio sulla pelle liscia color ambra. Che quegli occhi grandi, bruni, dolcissimi hanno visto tutto prima della fine, e sono rimasti aperti – sbarrati – imprimendo la paura su quel volto così innocente. In quel momento il mondo perde i suoi colori, le luci si spengono, dagli alberi cadono tutte le foglie, la vita intorno a te rallenta e fa male come le peggiori colpe, i suoni rimbombano in lontananza, ovattati, annegati. Prima di piangere, prima di urlare, prima di impazzire resti immobile, in quell’istante sospeso nel Nulla, a sentire sulla pelle quanto sia immediato morire.

Poi tutto cambia, e dopo quel momento qualsiasi sorriso non ha più lo stesso sapore . Nemmeno qualsiasi lacrima. Nemmeno la vita intera. Potrai reagire o scegliere di non farlo, ma il flusso del tempo avrà l’aspetto di un conto alla rovescia. È come quando nasce un bambino e le tue priorità cambiano. È come quando ci si trova davanti a un’ingiustizia troppo grande per chiamarla Destino.

L’ultima volta che l’ho visto ero appena stata a scuola a vedere i risultati della mia maturità. Sfrecciavo in motorino quando è apparso sulla corsia opposta, proprio nella mia via. A separarci, oltre alla linea tratteggiata, era anche un po’ di ‘orgoglio’ scaturito da un battibecco tipico di quell’età. Il semaforo era verde: mentre i nostri Scarabeo si avvicinavano ho suonato il clacson, ho incrociato il suo sguardo, ma poi sono andata dritta perché tanto figurati se si ferma a salutarmi.
Invece si era fermato. Con quel ragionamento stupido ho perso l’ultima occasione di parlargli – noi due soli, come piaceva a me.
Non esistono parole per spiegare quanto faccia male – anche a distanza di così tanti anni – ripensare a quel pomeriggio, e agli esami di maturità a cui lui non è mai arrivato. Lui che voleva diventare psicologo e aiutare gli altri. Lui che nella foto che tengo sopra al letto ha l’espressione irriverente dei suoi 16 anni, e una bellezza che a quei tempi ero troppo giovane per capire.

Quindi no, non parlatemi di liceo. Non parlatemi di prove scritte. Non parlatemi di orali. Non ricordatemi tutte le cose che non gli ho visto fare.