Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: giugno, 2012

Notte prima degli esami? Anche no.

Domani, come ogni anno, cominciano gli esami di maturità. E come ogni anno i telegiornali ci hanno ammorbano con servizi inutili ad hoc, tutti rigorosamente accompagnati da una canzone che forse Venditti avrebbe fatto meglio a non scrivere.

Non mi è mai piaciuto il liceo, e ritengo imbecille chiunque lo rimpianga. Passare cinque anni a marcire in mezzo alle stesse persone è peggio che regalare i tuoi anni migliori a un lavoro. Almeno lì – se sei fortunato – ti pagano. Per il resto però non cambia molto: ci saranno sempre le femmine invidiose, i maschi gradassi, i leccaculo, i ‘capi’  frustrati e soprattutto i bigotti. Quelli che se parli in modo sboccato non sta bene, quelli che in privato ti dico come mi sborro nelle mutande ma in pubblico devo fare il perbenista del cazzo, quelli che parlano di precariato e sinistra con in tasca la casa di proprietà regalata da mami e papi.

Quello della maturità è stato il mio annus horribilis, il punto di non ritorno in cui qualcosa è cambiato per sempre. E non per gli esami, che anzi sono stati solo una liberazione, la fine di un’era che mi aveva creato danni e disturbi irrimediabili.
Ho già parlato di lui, senza dargli un nome, senza elargire dettagli. Ma stasera, dopo tutto il Venditti propinato dai media che per lavoro non posso evitare, mi è tornato in mente quel momento. Quel blackout lungo un istante infinito in cui qualcuno – magari un tuo mero conoscente, magari uno che nemmeno sa pesare le parole – ti telefona out of nowhere e ti dice che quella persona, per come la conoscevi tu, non c’è più. Che è sotto i ferri da ore, in un tentativo disperato e vano di salvargli il cervello. Che il suo viso era intatto, intonso, neanche un graffio sulla pelle liscia color ambra. Che quegli occhi grandi, bruni, dolcissimi hanno visto tutto prima della fine, e sono rimasti aperti – sbarrati – imprimendo la paura su quel volto così innocente. In quel momento il mondo perde i suoi colori, le luci si spengono, dagli alberi cadono tutte le foglie, la vita intorno a te rallenta e fa male come le peggiori colpe, i suoni rimbombano in lontananza, ovattati, annegati. Prima di piangere, prima di urlare, prima di impazzire resti immobile, in quell’istante sospeso nel Nulla, a sentire sulla pelle quanto sia immediato morire.

Poi tutto cambia, e dopo quel momento qualsiasi sorriso non ha più lo stesso sapore . Nemmeno qualsiasi lacrima. Nemmeno la vita intera. Potrai reagire o scegliere di non farlo, ma il flusso del tempo avrà l’aspetto di un conto alla rovescia. È come quando nasce un bambino e le tue priorità cambiano. È come quando ci si trova davanti a un’ingiustizia troppo grande per chiamarla Destino.

L’ultima volta che l’ho visto ero appena stata a scuola a vedere i risultati della mia maturità. Sfrecciavo in motorino quando è apparso sulla corsia opposta, proprio nella mia via. A separarci, oltre alla linea tratteggiata, era anche un po’ di ‘orgoglio’ scaturito da un battibecco tipico di quell’età. Il semaforo era verde: mentre i nostri Scarabeo si avvicinavano ho suonato il clacson, ho incrociato il suo sguardo, ma poi sono andata dritta perché tanto figurati se si ferma a salutarmi.
Invece si era fermato. Con quel ragionamento stupido ho perso l’ultima occasione di parlargli – noi due soli, come piaceva a me.
Non esistono parole per spiegare quanto faccia male – anche a distanza di così tanti anni – ripensare a quel pomeriggio, e agli esami di maturità a cui lui non è mai arrivato. Lui che voleva diventare psicologo e aiutare gli altri. Lui che nella foto che tengo sopra al letto ha l’espressione irriverente dei suoi 16 anni, e una bellezza che a quei tempi ero troppo giovane per capire.

Quindi no, non parlatemi di liceo. Non parlatemi di prove scritte. Non parlatemi di orali. Non ricordatemi tutte le cose che non gli ho visto fare.

I can see your halo

Le bugie. Le diciamo per non mostrare agli altri il peggio di noi.  Anzi, per non mostrarlo nemmeno a noi stessi, perché certi dettagli – un po’ come gli avvenimenti che alcuni telegiornali non mostrano di proposito – non esistono se nessuno li vede.

Ho passato diverso tempo della mia vita recente a mentire, o meglio a omettere. L’ho fatto con intenzionalità e motivazioni reali, per capire – andando per tentativi – quali fossero i confini della mia etica comportamentale, alla ricerca dell’atteggiamento che nella vita quotidiana mi facesse stare meno peggio. Ora, semplicemente, non mi va più di continuare così. Verità sempre, ecco il mio scopo. Anche quando la verità fa male, come è successo stasera, dove confessare apertamente l’orrenda persona che (a volte) sono e le cose stupide che (a volte) faccio ha creato più danni che benefici. Un po’ come nel telefilm Nurse Jackie in cui la vita della protagonista comincia ad andare di merda proprio quando prova a smettere di prendere tutti per il culo.

Francesco diceva che ero una delle donne più sensibili, intelligenti e coraggiose che avesse mai conosciuto. Ma allo stesso tempo pregava di non innamorarsi mai di una persona che avesse un ‘lato oscuro’ come il mio. I suoi occhi vedevano esattamente ciò che sono: una marea di contraddizioni. Luce abbagliante e nuvoloni neri, mischiati insieme in un gran casino il cui motore non è altro che la paura. Paura di morire prima di aver fatto tutto ciò che voglio, paura di non far capire a certe persone quanto io – anche contro ogni logica – tenga a loro, paura di credere in emozioni che esistono solo nella mia testa. O nel mio cuore.

Francesco era la parte pura di me, quello che voleva la favola, quello che in casa aveva ancora dei dvd per bambini, quello che a furia di sognare finiva sempre col venire ferito, ma che comunque continuava a cercare l’Amore. Forse i coraggiosi sono gli esseri come lui, che era disposto a rischiare in nome dei suoi ideali e non voleva accettare che chiunque – come invece gli dicevo io – ci avrebbe irrimediabilmente feriti una volta abbassate le nostre difese.
Io quel coraggio non ce l’ho, io mi spavento molto prima. Se una cosa è troppo bella per questo mio cuore abituato al grigio medio, la rovino con le mie mani. La deturpo codardamente prima che sia l’altro a farlo, prima di sentirmi illusa, usata, sottostimata – di nuovo – da qualcuno a cui ho concesso di vedere un pezzo di quella mia luce abbagliante.

Quando dico che il mondo ora che lui non c’è più è un posto peggiore, parlo sul serio. Manca la sua ingenuità, manca la sua lealtà, manca la sua empatia. Manca un amico che ti dica “Non fare cazzate, tu non sei davvero così” quando l’assenza di certezze ti spinge nella direzione sbagliata. Quando sei solo una donna compulsiva, vendicativa e cinica che piuttosto che ammettere di essere umana e fragile tenta in tutti i modi di dimostrarsi il contrario. Rovinando l’immagine di se stessa.

Oggi ho imparato tre cose. La prima, che essere sincera significa fare i conti con tutti i miei osceni difetti, senza poterli – finalmente – più rimandare. La seconda, che nessuna azione può fare da antidoto – nemmeno da palliativo – alla paura di una donna quando prova certe inaspettate emozioni. La terza, che forse «qualche illusione la riporterei in auge. Servono, te lo assicuro», come mi scrisse Fra un anno fa. Magari è tardi, ma voglio provarci lo stesso.