Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Categoria: Tutti gli uomini della mia vita

Firenze

È stata il teatro del mio primo amore. Dei primi mesi insieme in cui tutto è possibile.
Il cuore pronto a esplodere ogni volta che il treno fermava a Santa Maria Novella o Campo di Marte. Il sole anche d’inverno, molto più che a Milano. Il caldo opprimente estivo, quando ancora davanti allo specchio nessuna gonna era troppo corta e nessuna maglietta troppo scollata. Le case basse del centro, con le imposte verdi invece delle tapparelle. Nuovi modi di dire, che ancora ricordo, da imparare. Golose abbuffate di ricette locali, fregandosene delle conseguenze. E la perenne, indimenticabile sensazione di trovarsi in un altro mondo: quello della scanzonatezza giovanile, in cui la felicità non ha alcun prezzo.

Non sono mai riuscita a tornarci. Per anni ho creduto che a impedirmelo fosse l’amarezza tipica di una prima storia che finisce: il ricordo del sogno infranto, il prezzo – quello sì – dell’infelicità. Poi ieri mentre la tv proponeva immagini di Firenze – scorci di una vita così lontana da non sembrare nemmeno mia – ho compreso che a trafiggermi non è affatto il finale doloroso, bensì la gioiosità di cui quegli angoli furono testimoni. Come quando guardi una vecchia foto di un momento speciale e capisci che, più che gli anni, a dividerti da quel giorno è ciò che nel mentre si è depositato sul tuo cuore. Quella ruvidità salvifica e necessaria, la cui assenza in giovane età rende però il primo amore tanto unico e dirompente.

Il pensiero di Firenze mi riporta a un’innocenza irripetibile, a una foga sentimentale perduta, alla capacità di sognare un futuro impossibile senza al tempo stesso preoccuparmi del domani. Mi ricorda quanto oggi sono diversa, benché nettamente migliore. E che questa testa sulle spalle talvolta pesa, mentre il cuore di allora volava. Non è rimpianto, semmai accettazione: cerchiamo di trattenere la vita in un conteggio – degli anni, delle stagioni, dei momenti importanti – ma in verità sfugge a ogni presa. Ed è per questo che rivedere un dato luogo può fare male: perché personifica ciò che la tua età, esperienza e solidità, non ti faranno mai più essere. Il vero invecchiamento, per cui non esiste crema miracolosa.

Quattro

Era il 2016. Dopo qualche mese di frequentazione avevamo deciso di make a real go of it. In una chat, parlavo di noi così: consapevole ma stupita, razionale eppure intrigata.
Oggi queste parole brillano di rinnovato valore: perché ci siamo sposati (!), perché ci avevo (avevamo) visto lungo, perché quattro anni fa descrivevano chi avremmo potuto divenire mentre ora raccontano chi siamo, insieme.
Le lascio qui, per fissarle in uno spazio senza tempo, per non dimenticarle mai.

 

È una storia adulta, non quelle cose che partono con gli occhi a cuore e parole troppo ‘grosse’, che non sai se sia passione o vero impegno. Mi sembra più quel genere di situazione che comincia in sordina e si costruisce piano con un certo intento, che ti ci ritrovi ‘nonostante tutto’ (nonostante volessi stare sola, nonostante abbia fatto di tutto per resistere all’affezionamento…) e dici OK, proviamo. Ma proviamo sul serio. Proviamo a essere grandi, proviamo a condividerci davvero, proviamo a metterci in gioco e assumerci la responsabilità dei nostri caratteri di merda. A dirci tutto, a ‘stare male per stare bene’, a stare bene e basta. Ad accettare che quando si è in due le cose a volte sono difficili, e dure, ma finché si sta dallo stesso lato della barricata tutto resta possibile.