Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: agosto, 2015

Symbolum

Io non lo sapevo che Pietro stesse in Liguria. In un posto quasi di fronte al mare, accanto al belvedere dove tutti si fermano ad ammirare il paesaggio. Ho scoperto che la sua famiglia ha casa lì da tanto tempo, inizio 900 credo. Siamo stati a portata di pochi chilometri per molte estati senza ch’io lo sapessi, senza mai passare a dedicargli un minuto del mio tempo. Ancora me la ricordo, l’ultima volta che l’ho visto. La stanza col letto singolo, il silenzio surreale tra una frase sussurrata e l’altra, il golf scuro – forse blu – immacolato e le mani appoggiate tra petto e ventre. Era inverno, era tempo di cappotto – che forse, una volta entrata in casa, non avevo nemmeno tolto dalla fretta di salutarlo. Di vedere la sua espressione serena e riposata, senza grinze come solo la pelle dei bambini sa essere. Sembrava dormisse, Pietro, e col suo viso perfetto rendeva la morte meno spaventosa. Persino la sua.

Aveva undici anni, due più di me. Gli faceva male la testa, tanto, al punto che i suoi genitori decisero di portarlo in ospedale. Chissà se oggi sarebbe diverso, chissà se tenterebbero qualche cura anziché mandarlo a casa a finire il suo tempo, seppur con la più alta dignità possibile. Nel suo lettino, insieme a mamma e papà, e alla sorella: la rivedo seduta sul divano del salotto con quell’aria quasi strafottente e inopportuna, ché il dolore ti fa reagire in modi inaspettati che non vanno mai – mai – giudicati.

Pietro è morto sognando di guarire, attaccato alla sua quotidianità di bambino, con un compagno di classe che dopo scuola andava a fargli visita per raccontargli cosa avesse spiegato la maestra. È morto dicendo alla mamma che d’estate, quando sarebbe stato meglio, sarebbe andato in campeggio coi suoi amici: lo diceva sorridendo, convinto, in trepida attesa. Anche quando non è stato più in grado di parlare, anche quando ha perso la vista, non ha smesso di crederci e fantasticare: di stare meglio, di uscire da quel lettino, di prati verdi e aria pulita, di giochi e piccole avventure. Fino alla fine.

C’era tutta la sua scuola in chiesa, tanti soldatini composti e affranti. Erano gli anni in cui i bambini venivano iscritti a catechismo “d’ufficio”, in cui l’iter battesimo-comunione-cresima era un percorso standard per chiunque, inclusa me ovviamente. Delle inutili parole dell’omelia, degli inutili passaggi del Vangelo ignorati dalle orecchie assordate dalla parola “ingiustizia”, ricordo solo il canto che tutti ci sforzammo d’intonare quando il parroco disse che era il preferito di Pietro. Un canto che io non conoscevo, ma di cui ancora oggi ricordo ogni parola, poiché la sola cosa che mi confortò quel giorno fu conoscere per l’ultima volta qualcosa di suo.
Tu sei la mia pace, la mia libertà.

È in Liguria, Pietro, insieme ai suoi bisnonni nati nella seconda metà dell’Ottocento: è il bambino del cimitero, dicono. Mentre fissavo il nome inciso nel marmo, pensavo che oggi sarebbe un uomo, un papà. E porterebbe i suoi bambini in campeggio. E chiederebbe loro cosa hanno imparato di nuovo a scuola. E la sera, prima di coricarsi, li guarderebbe dormire beati nelle loro camerette, in un letto a una piazza come quello in cui ha sognato di vivere.
Finché avrò respiro, fino a quando tu vorrai.

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Va bene così

Le cose che ti piacerebbero. Le noto ancora, ogni tanto. Con i tuoi occhi.
Mi hanno fatto compagnia a lungo in passato, malinconicamente. Ora mi sfiorano con timidezza, lasciando addosso il calore tipico di quando ci si sente guariti da qualcosa. Dal lutto, per esempio, ché per me eri come morto e per troppo tempo mi ero ostinata a sentirti ancora accanto, a cercare il nostro amore, il solo a essere morto per davvero: accanimento terapeutico, il nostro, direbbero alcuni. O forse solo folle passione. Ma non ha importanza, oggi: i segni del nubifragio non sono più visibili, tutto è stato ricostruito – ridipinto, reinventato – più bello di prima, lenendo le ferite. Ora il sole splende su questi tetti, ed esalta il rosso acceso con cui i bambini li disegnano quando la maestra gli insegna a scrivere “CASA”.

Ora che sono io a sentirmi a casa, qui in me stessa, nella meravigliosa serenità della solitudine scelta.
Ora che ho la superiorità, persino la fierezza, di sorridere senza rimpianti per ciò che siamo stati, di godermi al posto tuo, assaporandoli doppiamente, i momenti che so – come forse nessun’altra mai saprà – che ti soffermeresti ad apprezzare: dettagli, sfaccettature, riverberi di Vita, quella che da mesi ha rispettivamente preso la sua strada. Lontana da te e da tutti – senza più timore di aver sbagliato direzione – ci sono io, e mi vedo bellissima.
Quanto si cresce, dopo lo strazio della delusione. Quanto si cambia, se si sbaglia tutto. Quanto si diviene autosufficienti, per merito e colpa di chi ci ha feriti. E allora forse dovrei dirti grazie, perché solo nuotando attraverso la tua impaurita cattiveria – solo rischiando di annegare – sono approdata qui, sulla sponda che volevi farmi credere irraggiungibile. E invece eccomi, consapevole e indistruttibile come non sono mai stata.