Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: novembre, 2011

Ma quali preliminari

Se le dimensioni nel sesso non contano, lo stesso molte volte può valere per la durata. Per carità, è scontato che nessuna di noi apprezzi quegli imbarazzanti episodi in cui, dopo aver tanto bramato di andare a letto con un uomo, il rapporto – strappo dei vestiti compreso – dura letteralmente pochi istanti. Del resto, tutte almeno una volta nella vita hanno avuto a che fare con un involontario adepto del coito precoce, e posso affermare con assoluta certezza che non esista donna che sogni un amplesso che finisca prima ancora di essere completamente penetrata.

Quando parlo di velocità non mi riferisco ai malcapitati uomini schiavi del preservativo ritardante, penso invece a quell’avidità passionale, animalesca e spesso inaspettata con cui, insieme al partner di una vita o ancor meglio con un mezzo sconosciuto, ci si salta addosso senza tanti complimenti. Insomma, per dirla con parole povere, sto parlando della cosiddetta sveltina. Lo so, ci abbiamo impiegato decenni a educarvi – ammesso che lo abbiate davvero compreso – all’importanza dei preliminari, dello scoprirsi poco per volta, assaporandosi lentamente tra sguardi, carezze e parole che disegnano una parabola ascendente del reciproco desiderio. Del resto tutte queste psico-cazzate sessuali, che sembrano trasformare una semplice scopata in un menù fatto di infinite portate di antipasti, sono tipicamente femminili. Gli uomini sono generalmente più pragmatici e frettolosi nella loro brama, forse perché Madre Natura, previa erezione, li ha resi subito pronti all’uso. Ma se è vero che in ogni uomo esiste anche un’indole femminile, è vero anche che in ogni femminuccia risiede un piccolo animo maschile, verosimilmente per nulla elegante e coi gusti sessuali da appoggiatore seriale (per intenderci, quei tristi signori, quasi sempre over 40, che sul bus adagiano il loro pacco addosso a passeggere a caso). Con questo non voglio dire che a ogni donna piaccia essere sbattuta senza quasi chiedere permesso, come fosse un posto di blocco di un film americano infranto dal bandito in fuga di turno. Dico solo che un rapporto “alla maschile”, improvvisato, primitivo e soprattutto poco romantico, costituisca un po’ il sale della vita sessuale.

Bando ai perbenismi: vedere un uomo che muore dalla voglia di entrare dentro di te, così tanto da non avere tempo per spogliarti e baciare ogni centimetro del tuo corpo, è semplicemente eccitante. Non solo, sono proprio questi gli amplessi che spesso, a posteriori, restano più impressi nella memoria. Non importa il come, e soprattutto non importa il dove: l’importante è farlo. È proprio così: in questi casi il desiderio è talmente accecante da obnubilare gran parte delle remore che generalmente ci si pone. Ci vedrà qualcuno? Rovinerò il vestito? Staremo scomodi? Nulla ha più importanza davanti al godimento. Se chiudo gli occhi e penso alla mia idea di sesso travolgente, mi viene in mente solo un’immagine: le mani di lei che slacciano frettolosamente i pantaloni di lui, senza pensare, senza guardarsi, quasi tremando. E poi lui che, con veemenza, si fa strada tra le sue cosce, sollevandole la gonna e riducendole le mutandine quasi in brandelli. Questa per me è la vera essenza del sesso, radice di tutti quegli amplessi irrazionali, violenti, a volte addirittura sbagliati che forse non ti restano nel cuore, però nella memoria e nelle sue budella sì. Io stessa ho piacevoli memorie del cesso di un bar dove mi sono calata in quello che per molti è il luogo comune più squallido per eccellenza: l’amore in un bagno pubblico. Un atto che in quel momento sembrava semplicemente logico, naturale, giustificato. Le sveltine sono così: non importa se ci si ami o ci si odi, anzi a volte sono proprio la rabbia e l’assenza di stima reciproca a costituirne, in un modo a dir poco malato, il motore. Penso al cosiddetto break up sex, quei momenti in cui ci si sta lasciando con la persona un tempo amata: nonostante la si odi inconsciamente, nonostante la si vorrebbe accoltellare emotivamente in ogni maniera possibile, alla fine si finisce col volerla possedere ancora una volta, sapendo che sarà l’ultima, e per ragioni misteriose e malinconiche si ova un piacere incalcolabile, soffocante, indimenticabile.

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Vasectomia is the answer

Esiste qualcosa di peggio di un uomo senza palle? Sì, un senzapalle che si riproduce. Pare infatti che lo status di neo-papà abbia la capacità di trasformare quelli che già erano delle macchiette in ulteriori parodie umane. Certo, mi rendo conto che mettere al mondo un figlio significhi tecnicamente dimostrare di averli, quei coglioni. Ma da qui a sfoggiare con fierezza il rincoglionimento emotivo che imbalsama la faccia in deformanti espressioni da ebeti, ne passa.

Non sto dicendo che qualunque padre sia un imbecille, magari un po’ antisesso quello sì, ma non generalizziamo. Per strada – soprattutto all’estero, penso a Stoccolma dove tutti figliano come conigli – si incontrano affascinanti padri che spingono passeggini e carrozzine con disarmante naturalezza e serietà, pragmatici, paterni e distinti al punto giusto. Lo stesso però non avviene in Italia: non so se sia un discorso di passionalità nazionale, di sentimentalismo tricolore da affiancare al cliché di pasta, pizza e mandolino, sta di fatto che dinanzi agli atteggiamenti di qualche neo-papà nei riguardi del suo neonato mi cascano le ovaie ai piedi.

Parola numero uno: buonismo. Metti al mondo un figlio e di colpo la vita diventa un morbido confetto gigante, non esiste più la cronaca nera, né la crisi economica, nemmeno il cancro. Il pargolo è nato, mission accomplished, chi se ne frega se la parte difficile in realtà inizia proprio adesso. Non che uno debba tagliarsi le vene anche il giorno del parto, per carità. Ma cominciare a fottersene di ciò che succede agli altri in virtù del proprio momento magico, anche no. Che poi diciamocelo, mentre il corpo della vostra compagna si deforma per nove mesi, voi impiegate lo stesso lasso di tempo a decidere se assistere frontalmente all’evacuazione della creatura oppure no. Non fate un cazzo di niente ma poi davanti alle urla di dolore della poveretta che immola per sempre la sua vagina per vostro figlio vi sentite importanti.

Parola numero due: superpoteri. I neo-papà che fino al giorno prima di vedere la testa del figlio/a uscire dalla suddetta vagina cercavano ancora di dare un senso alle loro inutili esistenze inebriandole con la spesa al super del sabato pomeriggio, all’improvviso si sentono dei supereroi Marvel con il superpotere dello spermatozoo mitologico. Ora, io capisco che passare dal non avere le palle ad averne un paio funzionanti sia per voi una sufficiente ragione di giubilo, ma forse è bene ricordarvi che esistono centinaia di uomini al mondo che procreano quanto o più di voi senza nemmeno esserne consapevoli – e senza quindi ammorbare tautologicamente il prossimo con le mirabolanti (!) avventure del loro apparato riproduttivo.

Parola numero tre: idiozia. Avete presente quando un neo-genitore vi parla del suo bambino e nel mentre diventa un po’ rosso, con gli occhi luccinati, il sorriso da ritardato e quella vocina fastidiosa che di solito si riserva ai cuccioli di cane o gatto? Ora, comprendo perfettamente quanto sia dolce e teneroso tornare a casa la sera da un fagottino che dorme, mangia, caga e piange. Lo capisco davvero, giuro: io adoro i neonati degli altri. Sono certa e lieta che, una volta varcata la porta di casa, vi trasformiate in deboli esseri umani al totale servizio del marmocchio appena sfornato e della neo-madre che, in casi come quelli dei soggetti di cui parlo, sarà una pigra vessatrice intenta a farvi credere che allattare sia uno sforzo molto più massacrante che lavorare tutti i fottuti giorni (vogliamo parlare delle madri che si lamentano della maternità? Da prendere a schiaffi). Affari vostri, per carità. Fuori dalle mura domestiche però, vi prego, non mostrate tutta questa mollez…, ehm, umanità senza che vi sia espressamente richiesto. Non me ne frega un cazzo di sapere che oggi c’è stato il primo giro in carrozzina per le vie della città, né che il tentativo con l’omogeneizzato alla pera non è andato a buon fine. Se voglio questo genere di informazioni (può capitare) le chiedo, ma di certo farmi trapanare il timpano senza preavviso da quella vocina da maschi evirati non è il mio sport preferito. Dovreste essere uomini, per Dio. U-o-m-i-n-i.

Parola numero quattro: fotoreportage. Lo ammetto, avrei sempre voluto un bel librone con tutte le foto della mia evoluzione, specie in fase neonatale, e mi rincuora sapere che le nuove tecnologie consentano a tutte le famiglie fresche di taglio del cordone ombelicale di scattare fotografie in ogni momento della giornata della piccola creatura venuta alla luce. Quello che invece non comprendo è perché queste immagini trapelino sempre più del dovuto: la vecchia fotina che si teneva nel portafoglio oggi è stata sostituita da interi album su cellulare o pc, senza possibilità né di tregua né di scampo. Se un tempo morivo dalla voglia di vedere un’immagine del pupo/a ora ho paura di domandarlo, perché spesso tale richiesta degenera in un calvario di almeno 50 foto tutte uguali tra loro (avete in mente quando si fotografano i cani?), spesso arricchite da cartonati di parenti vari tutti accomunati dalla stessa espressione idiota, quando magari si odiano pure tra loro. Una cosa è certa: se continuate a tartassare un bimbo con il fulmicotone, prima o poi vi diventa epilettico. Ma consolatevi: avrete comunque tante immagini-testimonianza di come fosse prima dell’inizio delle crisi.

Parola numero cinque: eredità genetica. La cosa più raccapricciante di un coglione che si riproduce è il modo in cui educherà i figli. Se lo scenario che i bambini si troveranno davanti ogni giorno sarà quello di uno smidollato che si fa schiavizzare dalla moglie bisbetica, incapace di dire un solo no sia a lei che ai figli… beh, forse il prodotto finale sarà persino peggiore di quello di partenza. Evviva i preservativi.