Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Questo freddo

Era il primo dicembre di una vita fa. So che faceva freddo, ma so anche che non lo sentivo. Nemmeno in motorino, addirittura senza guanti. Spericolata a mio modo, mi verrebbe da dire, un’adolescente qualunque col suo piccolo “bonus immortalità” in tasca. Erano i tempi in cui provavo disagio verso cose che oggi mi lasciano indifferente, e ritenevo sicuri contesti che ora mi preoccuperebbero.

Ricordo tutto di quel pomeriggio. Il buio presto, il ritrovo dietro la Rai, una svolta azzardatissima in mezzo a corso Sempione senza passare dal controviale. Il parroco che proprio quella sera suona alla porta per benedire casa. Due ragazzini che si credono grandi; i suoi occhi, le nostre paure.

Quante cose ha perso per strada, quella me: l’impulsività, la maschera, la leggerezza degli anni che furono. Che non ritornano. E di cui non rimpiango niente, se non un semplice concetto al quadrato: la possibilità di potere. La certezza che c’è tempo, e margine, di diventare e fare tutto.

Arrivata a questo punto, per sentirmi viva non basterebbe certo guidare il motorino alle porte dell’inverno senza sentire freddo. Ma sarebbe bello, non sentire freddo. Questo freddo che mangia i sogni.

Mezzo minuto prima

Di addormentarmi, mentre depisto pensieri ferali.
Di piangere tutte le lacrime che potrei—che dovrei. Pentola a pressione senza più spazio, orologio dai secondi inceppati: la lancetta vibra ma non avanza, per scongiurare l’esplosione.
Di spiegarlo fino in fondo. Brutale, cruda, potenzialmente cattiva — cattiva come tutti, ormai l’ho capito.
Di sentire il cuore sbattere a un ritmo che nemmeno il tremore della mano eguaglia.

Urlare, solo urlare. Nella speranza che dopo sia un silenzio diverso, non questa somma di dolore. Strati su strati di cose non dette nel modo opportuno, o non dette affatto: trascurate ancora prima di nascere, meglio soffocate da me che dal destinatario. Fughe possibili agognate ma rimandate, mentre nuove paure strisciano sul cuscino per ricordarti i tuoi errori. Pienezza della vita che la pavidità svuota, come i corpi che invecchiano, come i lumini esausti. Poi, più niente. Il buio arriva presto in questi mesi, si sa. Risucchiando un’altra giornata in cui avresti voluto fare di più: per Sirima, che attraverserà il mondo per dire addio a sua madre; per Heba, che forse ha un tumore ma non l’ha capito; per Julia, che mentre ti lagni di dormire male si spacca la schiena dalle 19 alle 7. Per te stessa, che senti gli organi interni da una parte e il resto del corpo altrove.

Trenta secondi. Questo basterebbe per arrivare al limite del percepito e scollinare. Ribaltare tavoli, affondare coltelli, fissare il vuoto prima di chiudere i battenti. Un tempo brevissimo, ma sospeso. Troppo perché giunga davvero.