Jump around

di Alice Ayres

Non mi capita mai di uscire con un uomo e volergli piacere davvero. Mi basta ammaliarlo, aggirare per un istante la noia che certi appuntamenti prevedibili e tutti uguali iniettano negli occhi prima ancora del “Ciao”.
Piacere a qualcuno è una responsabilità troppo grande: significa mettersi in gioco e fare mettere in gioco. In poche parole vuol dire rimetterci, sempre. E con tutti questi lividi, bruciature e tagli pieni zeppi di sale che ho dentro al petto, rischiare è la sola cosa che devo risparmiarmi.

Lui era diverso però. Nemmeno mi azzardavo a sperare di piacergli, non aspiravo a tanto. Davanti a certe persone, in cui identifico un ultimo motivo per confidare ancora nella specie umana, non oso sognare di essere notata. Troppo imperfetta per destare reale attenzione, troppo contraddittoria per non essere nient’altro che una truffa vivente, come per anni qualcuno ha cercato di farmi sentire, fino forse a convincermi.

Avevo un disperato bisogno di chiedergli aiuto, ma non l’avrei mai fatto. Portami via da questo antro freddo che puzza di malinconia. Portami all’aperto, fammi vivere. Regalami un momento in cui avere voglia di ricominciare, non di rimpiangere. Porta a galla la parte più puerile di me. Quella parte che non ricordo nemmeno dove ho stipato, tanto è affossata sotto una coltre di errori, di convinzione che fingersi adulta fosse la scelta vincente. Perché il problema forse sta lì, nell’aver smesso di saltare sul letto. Di non avere avuto al proprio fianco qualcuno con cui farlo, metaforicamente o effettivamente poco importa. Siamo anime amareggiate che hanno cessato di assaporare il brivido di quando i genitori ti lasciano a casa da solo, di quando l’ansia e i pugni al cuore escono dai nostri respiri, e la voglia di ridere, di essere, prende di nuovo il sopravvento.

Un partner in crime nel solo delitto che non ha vittime né colpe, se non quella di avere fame di vita, questo cercavo. Ed eccoci lì, inaspettatamente, a perpetrare il nostro crimine. A giocare a minigolf come due bambini, nella splendida innocenza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. Impacciati e insicuri quasi fossimo ragazzini scevri di ogni esperienza, e per questo semplicemente splendidi.
Mi bastava respirare il suo inebriante profumo per arrossire pudicamente, guardarlo negli occhi per più di qualche secondo, sedergli accanto – tra una buca e l’altra dove fallivo goffamente come in tutti gli sport – avvertendo il calore del suo corpo, di quelle braccia che non sapevo nemmeno quantificare quanto desiderassi. E quanto sperassi che fossero pronte a prendermi al volo, se fossi caduta dal letto su cui finalmente, dopo anni di privazioni, tornavo a saltare a perdifiato. Per un istante. Per una sera di primavera. Per scrollarci entrambi di dosso il peso schiacciante delle aspettative tradite.

È stata una di quelle serate che cerchi di prolungare il più possibile, per non tornare a casa dalla vita vera.
Baci dolci da assaporare come nettare di eterna giovinezza, come solo i primi sanno essere. Labbra di velluto che quando si toccano è già come avere un orgasmo, ché il bisogno di purezza supera persino il desiderio sessuale.
Perché a volte il fiatone che cura più il cuore è quello dei giochi dell’infanzia.

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