Vita di strada

di Alice Ayres

Le automobili sono senza pudore, lo penso sempre.
Vetri trasparenti che ti sbattono sotto gli occhi di perfetti estranei. Microcosmi e microcase su quattro ruote, offerti a chiunque calpesti quell’asfalto.
Bisognerebbe chiedere il permesso prima di guardare dentro a un abitacolo, munirsi di un certo timore reverenziale, avere paura di disturbare, perlomeno nell’osservare l’infelicità degli altri.

Le coppie che senza rivolgersi la parola guardano avanti, nel vuoto del non-luogo che è la strada: lui mentre guida alza il volume dell’autoradio senza chiederle nulla, lei si gira verso il finestrino con gli occhi colmi di malsopportazione e sconfitta. Ti basta un secondo, un sorpasso in autostrada, un semaforo giallo, per sentire tutta l’indifferenza che attanaglia i loro cuori, quella tristezza dello stare insieme senza davvero più stare insieme. Come quando lui sbaglia strada e lei non ha più la pazienza di riderci su, ma anzi lo redarguisce manco fosse un bambino all’ennesimo brutto voto. Come quando lei inchioda bruscamente a un rosso e lui – anziché canzonarla perché non è molto brava a guidare – le dice di accostare con tono saccente e la sostituisce al volante, umiliandola.

Penso che le auto siano senza pudore perché ci fanno affacciare brutalmente su ciò che speriamo sempre di non diventare, o che non abbiamo il coraggio di ammettere di essere: le coppie tristi che all’improvviso hanno smesso di provarci. Che se ripensano al loro primo incontro, alla magia dei risvegli insieme, a quando erano pronti a farsi consumare dall’emozione, sentono più amarezza che batticuore.

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