Cuori altrove

di Alice Ayres

L’altro giorno sono passata sotto casa tua. Ho visto che in fondo alla via stanno costruendo una sorta di complesso residenziale bello grosso, di quelli che promettono giardini variopinti ricchi d’ossigeno, silenziosi come Milano raramente riesce a essere. Persino il nome del progetto è preso in prestito dalla flora, in quell’inganno geniale che è la cementificazione urbana. Un paio di palazzi sembrano già pronti, e questo mi ha ricordato che era davvero tanto che non capitavo dalle tue parti. Ovviamente per scelta.

Mi sono tenuta dall’altra parte del marciapiede, opposta al tuo cancello: dopo tutto questo tempo non sono ancora pronta per sfilare con disinvoltura di fronte a quell’ingresso. Ti confesso di essere venuta lì qualche notte, molti anni fa, accostata in macchina ai bordi della tua strada aspettando non so nemmeno io cosa. Forse che uscissi dal portone con quella camminata inconfondibile, e venissi a sfottermi per quel nostro battibecco di cui oggi non rammento manco più la causa. Oppure che passassi mano nella mano con una ragazza, felice come ho sempre pregato che fossi anche se non te l’ho mai detto. Quante notti trascorse con il cellulare sotto il cuscino, nella speranza che vibrasse di una tua richiesta di attenzione, di un sms che mi facesse sentire importante per te, di un momento nostro, dell’emozione autentica che solo tu mi hai dato.

Fare a meno della tua amicizia non è stato facile. Quel tipo di candore, di bisogno di amore, di ‘paura’ di vivere non sono più riuscita a trovarlo negli occhi di nessun altro, tanto meno nei miei. Speravo che il cuore di Filippo fosse grande, benché non quanto il tuo, ma poi i fatti hanno dimostrato il contrario. Credevo che le lacrime di Alessandro parlassero la tua stessa lingua, invece lui era un debole, tu un coraggioso. Gli occhi di Francesco, loro sì, erano orizzonti immensi come l’oceano bruno con cui guardavi il mondo, ma li ha chiusi troppo presto, portandosi via quella purezza così rara. Si potrebbe dire ch’io in ogni uomo che solca il mio cammino insegua un po’ di te, una risata, un segno, uno sguardo di benevolenza. E forse è proprio così: chiunque su questa terra è portato a ricercare la Bellezza, e io cerco la tua.

Quando si è più giovani bisticciare è come una danza che si fa per affermare la propria esistenza, per dire “io sono”. Insieme abbiamo ballato poco, e solo per orgoglio, ma in quei brevi passi a due mi hai insegnato a non essere assolutista nei rapporti, a tornare sui miei passi in nome di un legame, a non vergognarmi di dire “Ho bisogno di affetto”. Ci credevamo esperti, ci credevamo padroni delle nostre scelte, diplomati in Vita. La verità è che io parlavo di cose che non conoscevo, spinta dall’irriverenza spaventata di quella tenera età: non ero niente, non sapevo nulla. Invece tu, vedendo tuo malgrado il Sublime da vicino, hai capito in pochi mesi tutto quello che io ancora oggi non so mettere in riga nella mia scala di valori. Sei diventato ‘grande’ in un batter d’occhio: grande di cuore, grande nei sogni, grande per l’accettazione della tua umanità. Solo quando quel giorno ho capito che ti avevo perso per sempre ho saputo prendere le distanze dal mio ego. Maturare e ridimensionarmi è stato inevitabile, doloroso, e forse inutile. Ormai era troppo tardi: per parlarti, per vederti, per dirti “amico mio”.

Le emozioni inespresse trovano pace solo nel sorriso dei ricordi. Come quel pomeriggio passato a casa tua, in un caldo giorno di novembre prima del mio compleanno. Sdraiati sul letto in jeans e maglietta, nel silenzio della nostra giovinezza, mentre tuo fratello in corridoio corre e strilla coi compagni di scuola. Se chiudo gli occhi sento ancora le tue dita lunghe accarezzarmi la schiena, il torpore del mio corpo abbandonato su di te, i battiti del tuo cuore che scandiscono quel tempo immobile che avrei voluto non finisse mai, tante erano le cose che avevamo da dirci. A volte mi domando dove sia ora il tuo cuore, se ho mai incrociato su qualche treno quell’ ignoto uomo toscano di mezza età senza sapere di avere accanto una parte di te. Se lui è consapevole di avere nel petto l’eredità di un ragazzo straordinario, che amava il sole e il mare ed era stato concepito sull’Isola d’Elba, che sapeva chiedere scusa e aveva così tanta voglia di vivere, così tanta generosità, da scegliere di donare la vita stessa a un estraneo. Mi chiedo se dentro a quel torace nuovo tu ti sia innamorato, arrabbiato, commosso, divertito, abbia conosciuto le palpitazioni di ogni stato d’animo scoprendo il gusto agrodolce di un’esistenza che hai potuto solo assaggiare.

Tutti i giorni, da ormai più di un terzo del mio cammino, ti porto in ogni esperienza. Vivo per due, non solo per me stessa: ‘insieme’ ci siamo laureati, abbiamo detto “Ti amo”, abbiamo vissuto all’estero, ci siamo messi a lavorare, abbiamo esplorato i continenti del mondo, ci siamo rialzati dopo le più inaspettate cadute, abbiamo adottato a distanza un bimbo cambogiano che ha gli occhi simili ai tuoi. Prima del cinismo portato dal tempo, prima dell’egoismo generato dalla necessità di preservarmi, prima di tutto quello che mi ha reso la persona contraddittoria che sono, c’è stato un tempo in cui ho saputo dire Avrei voluto morire io al posto suo. L’avrei fatto solo per te.

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