Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: amicizia

Senza titolo

Senza titolo, come una persona che non sai definire in una parola sola.
Come due occhi che vedono bellezza in tutto, ma non si fanno toccare da niente.
Come una marea di convinzioni prepotenti ma destrutturate, che s’invertono e contraddicono a ogni sorgere di luna lasciandoti solo due strade: credere a tutto ciò che esce da quella gola o non credere a nulla. Cercare la Verità nell’immediatezza di un istante insieme, oppure perdere ogni certezza nella sua estensione. In entrambi i casi, senza porsi domande.

Non me ne sono posta dinanzi al sorriso soddisfatto che mi ammirava gustare – gioiosa – uno dei suoi piatti. Fino all’ultima briciola di pane tostato a cubetti, fino all’ultima noce tritata. Con poche parole, molta musica, e gli occhi quasi languidi.
Non me ne sono posta in un lunedì mattina di maggio, fuori il diluvio e in tv i cartoni animati a ovattare ogni dolore. Come quando, da piccoli, si saltava la scuola e tutto era lecito, semplice, puro.
Non me ne sono posta in autostrada a 160 km/h, cantando Lucio Battisti insieme, la musica come unica via verso la spensieratezza.
Non me ne sono posta, o almeno ci ho provato, le volte che la mia ipersensibilità è stata incompresa, sottovalutata, maneggiata con approssimazione. Quando ho capito che nessun gesto era riservato a me soltanto, bensì gettato alla costante mercé di tutti, indistintamente. Carezze sulla schiena, complimenti, sorrisi, cene a due, una canzone ascoltata insieme. Niente di permanente, niente di intimo, solo la caducità di un attimo – prima che al mio posto si sieda qualcun altro.

Volere bene è un po’ come la grafia: ognuno lo fa a modo suo. Bisogna leggere tra le righe – anzi imparare a leggere quelle righe, scritte da una mano così diversa.
O forse no, forse basta apprezzare la bellezza di un tratto, anche se delinea parole per noi intraducibili. Troppo acerbe e incostanti per raggiungere il nucleo dell’anima, ma non per questo meno vere.

Cosa sono, adesso non lo so. Sono un uomo in cerca di se stesso.

We did it

È la vigilia di Natale. Dicevano che avrebbe nevicato, invece a Milano non fa nemmeno freddo. L’elettricità nell’aria è appena percepibile, sembra un giorno come gli altri per chi non è più bambino. Persino per me che continuo ad aprire le caselle del calendario dell’avvento nella speranza di sentirlo ancora, il Natale.

L’appuntamento è IN via Vittorio Veneto per me, A via Vittorio Veneto per lui. Chissà poi chi usa la preposizione giusta.
Sono le cinque ed è già buio. Lo è da anni, tra noi.

Non lo vedo dal giorno in cui mi abbandonò sul pianerottolo di Roma, scalza e sgomenta. Dal giorno in cui ho capito che nessun uomo ti vorrà mai davvero proteggere.

Un negozio di fumetti, una passeggiata dietro Porta Venezia, un bar senza pretese come quelli “che piacciono a noi”, perché qualcosa di quegli anni insieme sarà pur restato nei gusti di entrambi. Non me la ricordo nemmeno la ragazza che ero quando stavo con lui, capace di essere assurdamente felice, seppur senza la serenità che ora possiedo. Come se il prezzo da pagare per la saggezza fosse rinunciare alla levità trasognata del primo amore. Quella che non torna più, che solo lui vide sul mio viso. Che è rimasta impressa in qualche foto, e dietro ai suoi occhi.

La verità, però, è che tutto questo tempo lontani ci ha reso migliori. Migliori di quanto saremmo stati crescendo insieme, migliori del poco credito che ci siamo dati disprezzandoci per anni per motivi caduti ormai in prescrizione.
Ora quando parlo mi ascolti, e se ti offro un consiglio lo afferri con cura, senza più gettarlo a terra. Ora i tuoi occhi lo riescono a vedere, il mio dolore, e tutte le ferite che mi hai lasciato e che qualcuno dopo di te ha reso piaghe da decubito, seppur senza riuscire a spezzarmi. Ora il tuo sguardo è fiero di quella che sono diventata con le mie sole forze, ed il mio è scevro di ogni rancore.

È la vigilia di Natale. Dicevano che avrebbe nevicato, invece a Milano non fa nemmeno freddo. L’elettricità nell’aria è appena percepibile, sembra un giorno come gli altri per chi non è più bambino. Prima di cena, due figure in controluce si uniscono in un abbraccio per strada, davanti a un portone. La loro pelle ha ancora lo stesso odore, anche se le palpebre reggono il peso di molti anni in più. Il cuore invece si sente assurdamente leggero mentre scarta il suo regalo inaspettato: la fine della guerra, la vittoria di quell’affetto sincero che solo chi si è amato conosce.
Ora sì, che è Natale.