Quattro volte senza te

di Alice Ayres

Sul suo letto ad aspettarmi c’erano delle lenzuola scure e due asciugamani. Li aveva preparati dieci giorni prima, mentre partiva per Roma alla ricerca del sole, dell’amore, della rivincita di una vita sentimentale difficile. A Francesco Parigi non era mai piaciuta: troppe nuvole, troppa pioggia, troppo grigiume, le stesse cose che detestava di Milano. Io invece, vagabonda per vocazione, ero ben felice di fare un salto in Francia, ma ancor di più di rifugiarmi nella sua casa. Lasciarmi le chiavi dell’appartamentino di Rue Montgallet – dove faceva entrare pochi eletti – era un modo di dirmi “Per me sei importante”, un piccolo trofeo che aveva illuminato il mio settembre.

Proprio in quella casa, in un caldo mattino di sole – tra i suoi libri, le riviste, i vestiti e le perle vintage che scovava nei mercatini – mi sono accorta ancor di più di quanto la mia vita fosse speciale grazie a lui. Era il tipo di amico a cui telefoni appena hai fatto una stronzata, che cerchi quando ti senti una perfetta idiota, a cui puoi raccontare senza imbarazzo perché stai piangendo; quello che vuoi in ospedale mentre nasce tuo figlio, o accanto quando hai paura di aprire i risultati degli esami del sangue. Abbiamo passato nove anni a prenderci in giro, combattendo le nostre fragilità con un sorriso: io per natura rido spesso, con poco, con chiunque, ma le risate con lui erano diverse, davano un senso al Tutto. La sua dolcezza si manifestava senza preavviso, in una battuta ironica che sapeva descriverti alla perfezione, in un silenzio che sussurrava “Ho paura anch’io, non sei sola”, nell’assoluta sincerità con cui mi diceva “Sei una delle donne più intelligenti che io abbia mai conosciuto”.

Quando sono andata via da Parigi gli ho lasciato sul letto le sue caramelle preferite, i Goldbären della Haribo. Inizialmente avevo pensato di scrivergli un biglietto con tutte le cose pazzesche che avevo pensato di noi in quei giorni, ma in fondo il nostro rapporto non aveva bisogno di parole, solo di piccoli gesti. Il suo era stato preparare tutto per il mio arrivo, con la delicatezza che solo i puri di cuore possiedono. Il mio è stato regalargli un sorriso da bambino al suo ritorno a casa.

“Il miglior regalo. Ever”. Quando ho ricevuto questo messaggio mi sono messa a piangere, non so neanch’io perché. Sorridevo nell’immaginarlo intento a fare fuori un intero pacchetto di caramelle in meno di un’ora; soffrivo per non averlo visto in aeroporto a Parigi, dove avremmo dovuto incrociarci se solo non avesse deciso – con la mia benedizione – di restare una settimana in più a Roma.

È stata l’ultima cosa che mi ha scritto.

Francesco ha lasciato la vita naturalmente, di notte, nel sonno. È andato a dormire tra le lenzuola che io stessa gli avevo preparato con cura senza sapere che non si sarebbe più svegliato, nel modo in cui vorresti perdere le persone che ami quando sono anziane. Lui era giovane, bellissimo, pieno di talento. Ansioso, maniacale, capace di annegare in un bicchier d’acqua, e per questo tanto speciale.
C’è un silenzio irreale nella vita di chi resta, è il suono ovattato della vergogna d’essere ancora qui, dell’incapacità di spiegarsi perché proprio lui e non un altro. E così oggi, a quattro mesi dal giorno che mi ha reso orfana di un grande amico, a far rumore è solo quel silenzio.

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