Perché proprio Alice Ayres

di Alice Ayres

“Elis Eirs” (così si pronuncia) era una giovane cameriera che a fine Ottocento si sacrificò per salvare tre bambini durante un incendio a Londra, città che oggi – nel piccolo Postman’s Park dietro a Saint Paul’s – ne offre una targa commemorativa. Quando due anni fa mi sono trovata a dover scegliere uno pseudonimo da usare per iniettare il mio veleno nella Rete, ho pensato subito a quel nome, reso celebre in tutto il mondo dal film Closer.

È stato proprio il personaggio interpretato da Natalie Portman a ispirarmi, forse perché a differenza della media delle donne non mi identifico in ragazze acqua e sapone da filmetto a lieto fine, né in annoiate riccone alla Sex & the City. Io mi rifletto in quella ragazza vagabonda, un giorno fidanzata modello e quello dopo troia, capace di proteggersi – mentendo – dall’uomo che ama, nella donna libera e indipendente che in un modo o nell’altro ce la fa sempre. Intendiamoci, Closer non è il film della vita, e il suo cast del tutto random ne è la prova – avete mai visto quattro attori meno omogenei tra loro? La morale della favola che racconta però è una gran verità: la natura umana, al di là dei buoni sentimenti, è sempre un po’ malefica. O perversa. O egoista. O incorreggibile. O tutte queste cose insieme.

Alice Ayres è la crasi della donna che sono, una che si è fatta spezzare il cuore dal suo primo amore, ma che per prima l’aveva tradito. Una che adora chi le vuole bene, ma ama di più se stessa. Una che non fingerebbe mai di essere un agnellino, tanto odia il perbenismo e la falsità. Non ho mai creduto nelle persone che si descrivono sempre con belle parole, parlando di sentimenti, di Amore, di Amicizia, come a voler dimostrare di avere un cuore. In questo alcune donne sono le peggiori: si dipingono come piccole vittime della cattiveria altrui e paladine del calore umano, poi invece sono le prime a mettere zizzania, ad avere sempre una parola cattiva per tutti – che sussurrano senza farsi scoprire, per mantenere la facciata ‘sensibile’ che si sono costruite. Ecco, ‘sensibile’ è proprio un aggettivo che mi sta sul cazzo, la parolina-jolly che le persone usano per sembrare profonde. A me le ragazze ‘sensibili’ che piangono per ogni singola stronzata, che si fanno prendere per il culo dal primo che passa che per scoparsele blatera due minchiate finto-romantiche, che ti asciugano su come l’arte le commuova, non sembrano lodevoli ma solo cretine. E pesanti. La sensibilità, intesa come vulnerabilità, non è un pregio, è un handicap.

Io non mi vergogno di essere (anche) una stronza, mi spaventerebbe molto di più dover rinunciare alla mia natura solo per ‘piacere agli altri’, per ‘stare simpatica’, per ‘quieto vivere’. La mia è anche una scelta di economia: faccio molto meno fatica a stare sempre dalla parte dei miei pensieri, anche quelli più scomodi, piuttosto che dover fingere di stimare persone a cui, se potessi, impedirei di riprodursi. Patti molto chiari, amicizia lunga: con le brutte persone come me funziona così.

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