Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Tag: dolore

Il dolore che (non) unisce

Stavo pensando a quanto sia strana la morte. Non solo ti porta via qualcuno, allontanandolo per sempre, ma spesso spinge via da te anche chi c’è ancora. Ci si perde e basta. Senza colpe, o forse sì.

I legami che si snodano intorno a un lutto sono strani. Morbosi da una parte, labili dall’altra. Si cammina su un filo millimetrico che separa la condivisione di un grande dolore dalla presunzione inconsapevole di essere quelli che soffrono di più. Si ha la fretta di cercare tracce di qualcuno scomparso in chi l’aveva conosciuto – tentando quasi di replicarne il rapporto – ma al tempo stesso si desidera tenere solo per sé quel legame unico perduto, proteggerlo, custodirlo.

Vorresti raccontare a tutti le risate, le confidenze, i messaggi più profondi che vi scambiavate e che ora solo i tuoi occhi possono leggere. Vorresti dirlo al mondo, ma quel mondo che deve sapere – che deve ricordare e commemorare – è lo stesso che non sta soffrendo quanto te, che non può capire, che se osa andare avanti troppo presto con la sua vita allora manca di rispetto.
Quanto fa male la vita degli altri quando chi amiamo non ne ha più una.

Stavo pensando a due amiche con cui è andata a finire così, dopo che la morte ci aveva “unite”: abbiamo smesso di parlarci, senza un reale motivo. E a come spesso, per ipocrisia, per buonismo, per inconsapevolezza, non si abbia la franchezza di ammettere che le perdite ci rendono sì fragili, sensibili e bisognosi di calore, ma talvolta anche egoisti, monotematici, miopi. E questo non nuoce a quei rapporti che la morte interrompe per sempre lasciandoci orfani di persone per le quali ci saremmo persino sacrificati. Fa male a quelle amicizie che ancora hanno un futuro, che potrebbero aiutarci a non sentirci soli domani, e dopodomani, e tutte le volte in cui ci sveglieremo sognando che quegli occhi, quella voce, quell’ironia, quel sorriso ci siano ancora.
Io e loro ci siamo perse e basta. Nelle tante parole seguite da pochi fatti, nell’incapacità di chiedere aiuto o nella prepotenza di pretenderne troppo, nella fallibilità del nostro essere umane.
Perse da vive, come solo il lutto sa fare.

Di malinconia

C’è che la malinconia è un po’ una droga e un po’ una malattia.
C’è che non ha niente a che fare con la solitudine, intesa come paura di stare soli. È sua compagna semmai: la sostiene, la condisce, la infetta.
C’è che la malinconia sa prendere il sopravvento sulle tue pulsioni, i princìpi, le migliori intenzioni, l’integrità più ostinata. Un minuto sei euforico, quello dopo avverti un peso dentro, un fardello che solo chi erra nell’esistenza comprende, una valigia – a tratti leggera, a tratti insostenibile – che sai di trascinare sempre dietro ai tuoi passi.
C’è che in un istante la percezione della realtà cambia, e passeggiare in una sera di pioggia nella tua città – col vento tiepido a carezzarti il viso – si trasforma all’improvviso nella scena di un film in bianco e nero che ti racconta qualcosa di mai dimenticato. Qualcosa che in realtà non vorresti nemmeno rivivere, ma che là dentro – tra lo stomaco e il respiro – si fa ancora sentire.

E allora ridere genera come una eco distorta, sebbene i rumori non possano niente contro il tuo silenzio. E allora chiacchierare maliziosamente con una persona che vuole portarti a letto ha il sapore blando di una storia nota, già scritta, già vissuta. Di un palliativo che t’illude di rinascere più fresco e leggiadro, come se guarire fosse davvero possibile. È tutta contraddizione umana, è tutto cuore tradito che reclama il suo spazio: anche se non vuoi niente di ciò che “ti manca” non puoi fare a meno di ripensarci, di arrovellare i battiti intorno alle cose perdute che sapevano di buono, di casa. Perché alla fine la malinconia è un po’ questo: la ricerca trascinata di una casa che non hai saputo conquistare, che hai sfiorato e rivorresti indietro.
Per i malinconici la serenità perenne non esiste, c’è sempre un ammanco, un condotto buio, un senso d’incomprensione che parte dagli altri e deposita polvere sugli occhi.

C’è che la malinconia è una percezione esagerata di ciò che cura e di ciò che fa male, un filtro che permette di apprezzare, penetrare, riconoscere la Bellezza come nessun altro, ma anche di sentire l’anima accoltellata davanti agli aspri dettagli del mondo. Gli anziani invisibili che con immensa fatica camminano per strada mentre i pedoni frettolosi li superano sbuffando. Gli occhi di una persona che dice di amarti e non si accorge nemmeno del dolore che porti dentro, e che il suo egoismo alimenta. I tuoi genitori, che hai visto tramutarsi da figure autoritarie a persone, per poi – lentamente – cominciare a invecchiare senza che lo riuscissi a impedire, senza poter restare bambini così da non lasciarli andare, da non vedere i loro limiti di esseri mortali.

C’è che la malinconia riconosce i suoi simili, e con alcuni crea un legame, un arpione, un brusio di sottofondo che non smette mai. Come quando stai in silenzio accanto a una persona e ti sembra di non dover aggiungere nulla. Come quando, al di là di ogni più feroce incomprensione e disprezzo, sai che tu e lui vi porterete sempre dentro.

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