Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Tag: dolore

Va bene così

Le cose che ti piacerebbero. Le noto ancora, ogni tanto. Con i tuoi occhi.
Mi hanno fatto compagnia a lungo in passato, malinconicamente. Ora mi sfiorano con timidezza, lasciando addosso il calore tipico di quando ci si sente guariti da qualcosa. Dal lutto, per esempio, ché per me eri come morto e per troppo tempo mi ero ostinata a sentirti ancora accanto, a cercare il nostro amore, il solo a essere morto per davvero: accanimento terapeutico, il nostro, direbbero alcuni. O forse solo folle passione. Ma non ha importanza, oggi: i segni del nubifragio non sono più visibili, tutto è stato ricostruito – ridipinto, reinventato – più bello di prima, lenendo le ferite. Ora il sole splende su questi tetti, ed esalta il rosso acceso con cui i bambini li disegnano quando la maestra gli insegna a scrivere “CASA”.

Ora che sono io a sentirmi a casa, qui in me stessa, nella meravigliosa serenità della solitudine scelta.
Ora che ho la superiorità, persino la fierezza, di sorridere senza rimpianti per ciò che siamo stati, di godermi al posto tuo, assaporandoli doppiamente, i momenti che so – come forse nessun’altra mai saprà – che ti soffermeresti ad apprezzare: dettagli, sfaccettature, riverberi di Vita, quella che da mesi ha rispettivamente preso la sua strada. Lontana da te e da tutti – senza più timore di aver sbagliato direzione – ci sono io, e mi vedo bellissima.
Quanto si cresce, dopo lo strazio della delusione. Quanto si cambia se si sbaglia tutto. Quanto si diviene autosufficienti, per merito e colpa di chi ci ha feriti. E allora forse dovrei dirti grazie, perché solo nuotando attraverso la tua impaurita cattiveria – solo rischiando di annegare – sono approdata qui, sulla sponda che volevi farmi credere irraggiungibile. E invece eccomi, consapevole e indistruttibile come mai sono stata.

Con gli occhi giusti

Ci ho messo tutto in quelle carezze. Tutto quello che era rimasto.
Ho scandito nella mente ogni pensiero, ogni preghiera, ogni sogno, sperando – attraverso le dita che scorrevano tra i suoi capelli neri e argento – di raggiungergli il cuore.
Non rovinare tutto in un modo così fottutamente stupido.
Non cedere alla paura, alla tentazione di farmi male.
Non lasciarmi uscire da quella porta senza un bacio, senza un piccolo sorriso.

L’intimità tra due persone non si costruisce, succede e basta. Per noi è stato così fin dal primo giorno, nella naturalezza della condivisione di qualsiasi momento, fino a quando erano più le volte che la porta del bagno restava aperta anziché chiusa. Mi piaceva sedere accanto alla vasca mentre lui faceva la doccia, osservarlo alle prese coi gesti quotidiani che conoscevo a memoria. Amavo come fosse metodico, iterativo, prevedibile in molte cose: la prevedibilità, in fondo, è brutta solo quando a ripetersi è il dolore. Altrimenti si fa rassicurante e profuma di certezze, di casa.
“Casa” per me era bere dallo stesso bicchiere a tavola, uscire a passeggiare insieme dopo pranzo nelle domeniche senza pioggia, appoggiare la sua fronte sulla mia pancia – in piedi davanti a lui – e carezzargli i capelli con tutte le dita e tutto l’amore che avevo.
Non ferirmi apposta.
Non essere ingiusto, arrogante e ingrato.
Non dimenticare tutto quello che ho fatto per te.
Quante richieste nelle carezze silenziose di quella mattina, le ultime della nostra vita. Quanto cuore gettato alla mercè dell’amarezza, spinto dall’irrazionale forza della speranza che sta per morire.

Mi sentivo come quando il treno si ferma all’improvviso in mezzo al nulla e non capisci se c’è un semaforo oppure si è guastato. Più speravo in un rosso momentaneo, più sapevo che ci eravamo guastati. Di nuovo. Per sempre. Che forse non ci eravamo mai aggiustati.
Non c’erano più biglietti ferroviari da acquistare né bagni in cui nascondersi al passaggio del capotreno: il fatidico giorno era arrivato. Quello in cui smettere di guardare l’uomo che amavo, e iniziare a vedere l’uomo che era.
Quello che mi ha fatto uscire senza bacio, né sorriso, né un ciao.
Che ha scelto di ferirmi, per giorni, con l’ennesimo dei suoi silenzi.
Che non mi ha mai messo prima di niente, tanto meno se stesso.
Che non ha mai saputo dire Mi dispiace.
Che pensava che tutto quel male, io, lo meritassi.
E che non aveva preventivato che quell’assenza con cui mi stava punendo si sarebbe trasformata – finalmente – nella mia più grande liberazione.