Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: dolore

Illegittima difesa

Faccio sempre fatica a difendermi dalle persone a cui voglio bene. Una fatica fottuta. Sono il faro della loro notte, quella di cui potersi fidare, colei che cerca di esserci sempre, in ogni modo. Dovrebbe essere il mio punto di forza, invece mi rende terribilmente vulnerabile, come se il ruolo che mi è stato assegnato alla nascita – quello di donna materna, attenta ed empatica – fosse una condanna. Più sono devota, presente, impeccabile, più nel mio petto monta la paura. Paura di perdere ciò che sto costruendo, paura di non essere capita e accudita, paura che chi ho davanti si approfitti – ennesimamente – del mio buon cuore. Stamattina, nel ritrovare un oggetto dimenticato, mi sono resa conto che sono passati tre anni e due mesi dall’ultima volta che un uomo mi ha fatto una sorpresa. Tre anni e due mesi. Non era nemmeno una sorpresa di chissà che portata, eppure a me era sembrata enorme, perché quando ricevi poco ti basta poco. Dicono che si debba apprezzare le “piccole cose”, già, ma per definirle piccole ci deve essere un metro di paragone, no? Se le “grandi cose” non ci sono mai – mai – allora le piccole diventano un mero ripiego, un palliativo. Quel che passa il convento.

Quando frequento una persona c’è sempre una parte di me che vuole fuggire. E non nel modo inflazionato di cui sentiamo spesso parlare, quello della cosiddetta “paura d’amare”. Io non ho affatto paura di amare, neanche un po’. Si tratta proprio di uno strazio interiore, un’angoscia, un terrore che non trova pace: per quietarsi avrebbe bisogno di tante, calde rassicurazioni. Quelle che do, ma non ricevo. Così, ogni istante devo fare a botte con una sirena che mi assorda le orecchie, con il timore – anzi la consapevolezza – che le relazioni non abbiano senso, ché nessuno mi tirerà fuori da questi rovi, quelli da cui io salvo gli altri e non viceversa. Non si tratta di sfiducia verso il genere maschile, anche se ne avrei ben donde: è proprio il riconoscimento dei limiti della natura umana. La mia, in primis.

Conosco tanti uomini, e con diversi di loro sono andata a letto. Una volta, qualche volta, per anni. Orbitano costantemente intorno al mio pianeta: sono lontani e per nulla interessanti, eppure basterebbe un mio messaggio per avviare una collisione. Gratuita, inutile, squallida, finalizzata unicamente ad allentare il nodo di questo fardello. Potrei, insomma, sporcarmi quanto basta per sentirmi meno scoraggiata, per poter dire a me stessa – il giorno in cui una storia finirà, perché finirà – che anche io, in fondo, ho le mie colpe. Potrei, ma in realtà il solo pensiero mi ripugna. Perché denuncia ciò che rischio di diventare, ciò che molti già sono: c’è una tale disfunzionalità nei rapporti, una tale incapacità di essere coerenti, devoti e impegnati, che li mandiamo a rotoli senza ragioni effettive. Prima del tempo, trainati dall’incapacità di coltivare qualsiasi cosa. Di fermarsi, apprezzare, prendersi cura, darsi. Navighiamo nei rapporti senza una rotta, fino al punto in cui bene e male perdono qualsiasi significato, e stare insieme diventa solo una moda passeggera, una story su Snapchat, un casting. Un esperimento in cui a rimetterci è chi – come me – ci prova ancora, ad amare davvero.

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Crash test

Io non so quali ricordi rimangano indelebili col sopraggiungere della vecchiaia, quali saranno – se mai vivrò così a lungo – gli istanti che ancora sentirò strisciare sottopelle, come ambrosia calda e vellutata. Per il momento mi accontento di sapere per quali attimi credo valga la pena vivere, seppure con tutti gli effetti collaterali del caso.
La corsa è uno di loro: quella del cuore, non delle gambe; quella che inizia nel buio di una notte e non alle prime luci dell’alba. La corsa all’impazzata contro la razionalità, contro i te l’avevo detto e i tanto lo sapevo che sarebbe andata a finire così, contro la paura di morirne. Lo sappiamo quasi sempre, come andrà a finire, specie quando ci gettiamo in queste corse folli con lo stesso impeto con cui imbracceremmo un’arma per difendere chi più amiamo. Lo sappiamo, che là in fondo c’è un muro spesso come una quercia, di quelli che distruggono le auto di ultima generazione e le speranze cui ci aggrappiamo per dare un senso ai nostri giorni.

Correre finché senti così tanto amore che fa quasi male – annullando il confine tra Bene e Dolore – ché le emozioni irruente sono troppo poche per scegliere di rinunciarvi, persino quando ci fanno sanguinare. Correre come se fosse la sola cosa giusta da fare, il motore di ogni errore e di ogni antidoto, la soluzione ultima alla paura più grande: perdere la persona per cui hai scardinato tutto il tuo universo.
Ho corso come una pazza, con e senza di lui, sulla strada di un amore mai sopito nonostante tutto ciò che gli avevamo fatto. Ho lasciato che il mio cuore rischiasse la pelle come quelle bestie cui scoppia a furia di galoppare: ricordo il terrore – ostinato – di riprendere per l’ennesima volta una gara destinata a non avere vincitori, un disegno troppo grande per due esseri umani miseramente incapaci di farsi del bene. Ricordo tutto, in verità, come se quella sera fosse ieri: l’incontro in piazza, con l’aria uggiosa novembrina e gli occhi velati da dubbi e batticuore. Un bacio inevitabile e appassionato in piedi, per strada, reggendo un bicchiere di spumante mentre la mano cerca di non tremare. Una cena veloce, dove due volti tanto estranei quanto familiari si specchiano l’uno nell’altro: raccontarsi come va, cosa siamo diventati, cosa è successo alle persone intorno a noi, mentre gli occhi si perdono in sguardi senza confini, galleggiando nella voglia di piangere e ridere insieme. Poi il cinema, le mani giunte per tre ore, quel silenzio surreale che fa sembrare tutto possibile, che chiude il mondo fuori dalla sala lasciandoti il diritto di sognare a occhi aperti. E infine l’amore, che dalle lenzuola raggiunge il cuore, quello che come ho fatto a fare a meno del tuo corpo su di me anche solo per un’ora.

Corri cuore mio, corri all’impazzata in questa notte che riapre ogni ferita e soffia sul fuoco che ti ha bruciato l’anima, corri più forte della paura di chiedersi cosa diavolo stiamo facendo, corri verso quel muro che ti riporterà alla realtà, ma non prima di aver sfiorato di nuovo la gioia. Sentirai la vita pulsare nella disperazione di questa corsa fino all’attimo prima dello schianto, avrai voglia di sperare, di pregare, di illuderti che vada a finire diversamente: non succederà, e lo sai bene. Ma tu corri lo stesso, anche solo per dare un senso a questa paura. Per svegliarti tra quarant’anni e pensare che hai conosciuto la follia, e l’hai assaporata fino all’ultima goccia. E che tornando indietro ameresti con la stessa – pazza – intensità.