Tre

di Alice Ayres

Sono cambiate tante cose negli ultimi tre anni, mentre non c’eri. Sono cresciuta – forse invecchiata – senza sentirti più al mio fianco, senza la tua camminata a lunghe falcate e quel sorriso dolceamaro. Ma soprattutto senza sapere dove fossi. Tre anni in cui la nostra amicizia – così perpetua da essere quasi ovvia – si è trasformata in un silenzio privo di soluzione. Tre anni di attesa senza alcuna data di scadenza, scanditi da ogni fase umana di dolore e accettazione, da una vita apparentemente normale ma con un pensiero rivolto sempre a te. Chissà se soffri, chissà se sorridi, chissà se sopravviveremo ai grovigli che ti hanno avvinghiato fino a stritolarti.
Chissà se ci rivedremo mai.

È arrivato il 2019 e guardando i fuochi d’artificio non ho espresso alcun desiderio, forse per non toglierlo a qualcun altro, a partire da te, forse per non cedere ad alcuna illusione, per imparare a convivere con le privazioni della realtà. Pochi giorni dopo, invece, la tua telefonata. L’oscurità che si fa penombra, mostrandomi una via che avevo temuto impossibile. Esco di fretta senza quasi dare spiegazioni, affinché nessuna parola ci possa rubare altro tempo; scendo le scale incredula, sentendo i gradini soffici, instabili quanto le mie gambe; apro il portone guardinga, ma invece è tutto reale: siamo di nuovo noi, proprio qui dove c’incontravamo dai tempi del liceo. Ci sono i tuoi occhi, finalmente meno tristi; c’è il tuo sorriso, dolce come forse non l’avevo mai visto; ci sono le nostre risate, che raccontano ancora una lunga amicizia. I sampietrini sotto i nostri piedi – solo loro – la conoscono bene: sono la nostra casa, in tutti i sensi, e spero di esserlo un po’ anch’io per te. Anche, soprattutto, ora.

Dopo tre anni, il silenzio non significa più attesa. Adesso è perdono, fratellanza, limpidità. Sorrido, peso le parole e mi sforzo di non piangere: se lo facessi penseresti di avermi ferita in questo tempo, ma invece non è così. Vorrei singhiozzare a dirotto solo perché, in questa fredda sera di gennaio, sto realizzando quanto sperassi di ritrovarti. E quanto sono fortunata a vedere esaudirsi un desiderio che non avevo il coraggio di confessare. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro.

Passa una settimana, ed è ancora tutto vero. Sei qui, ti posso scrivere, sentire, vedere, e finalmente posso presentarti mio marito, che tanto ha sentito parlare di te. Sono emozionata, pervasa da un misto di brio e titubanza come a un primo appuntamento. Il vostro. Seduti al tavolino rotondo di un bar, vi guardo chiacchierare con naturalezza, con la stessa cura che da sempre rivolgete a me, uniti inconsciamente dal commovente desiderio di non deludermi. Resto in silenzio, quasi sopraffatta dal candore dei vostri cuori immensi. Non scorderò mai questo momento, e mentre lo penso sorrido, lenita dalla sensazione di pace, giustizia e bellezza che mi s’irradia dentro. Siete il tepore delle coperte quando la brina colora i vetri delle auto, siete l’aria di montagna che pizzica il naso sotto a un cielo stellato, siete la stoffa portafortuna su cui mia mamma nebulizzava il suo profumo, siete il pastore che mette al riparo il gregge prima della tempesta, siete il silenzio di una chiesa quando fuori il mondo grida, siete il mare che sbuca all’orizzonte il primo giorno di vacanza. Siete il passato e il futuro, ma soprattutto siete il mio presente: siamo vivi, siamo al sicuro, e del domani non m’interessa nulla.

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