Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Mese: giugno, 2015

Jump around

Non mi capita mai di uscire con un uomo e volergli piacere davvero. Mi basta ammaliarlo, aggirare per un istante la noia che certi appuntamenti prevedibili e tutti uguali iniettano negli occhi prima ancora del “Ciao”.
Piacere a qualcuno è una responsabilità troppo grande: significa mettersi in gioco e fare mettere in gioco. In poche parole vuol dire rimetterci, sempre. E con tutti questi lividi, bruciature e tagli pieni zeppi di sale che ho dentro al petto, rischiare è la sola cosa che devo risparmiarmi.

Lui era diverso però. Nemmeno mi azzardavo a sperare di piacergli, non aspiravo a tanto. Davanti a certe persone, in cui identifico un ultimo motivo per confidare ancora nella specie umana, non oso sognare di essere notata. Troppo imperfetta per destare reale attenzione, troppo contraddittoria per non essere nient’altro che una truffa vivente – come per anni qualcuno ha cercato di farmi sentire, fino forse a convincermi.

Avevo un disperato bisogno di chiedergli aiuto, ma non l’avrei mai fatto. Portami via da questo antro freddo che puzza di malinconia. Portami all’aperto, fammi vivere. Regalami un momento in cui avere voglia di ricominciare, non di rimpiangere. Porta a galla la parte più puerile di me. Quella parte che non ricordo nemmeno dove ho stipato, tanto è affossata sotto una coltre di errori, di convinzione che fingersi adulta fosse la scelta vincente. Perché il problema forse sta lì, nell’aver smesso di saltare sul letto. Di non avere avuto al proprio fianco qualcuno con cui farlo, metaforicamente o effettivamente poco importa. Siamo anime amareggiate che hanno cessato di assaporare il brivido di quando i genitori ti lasciano a casa da solo, di quando l’ansia e i pugni al cuore escono dai nostri respiri, e la voglia di ridere, di essere, prende di nuovo il sopravvento.

Un partner in crime nel solo delitto che non ha vittime né colpe, se non quella di avere fame di vita, questo cercavo. Ed eccoci lì, inaspettatamente, a perpetrare il nostro crimine. A giocare a minigolf come due bambini, nella splendida innocenza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. Impacciati e insicuri quasi fossimo ragazzini scevri di ogni esperienza, e per questo semplicemente splendidi.
Mi bastava respirare il suo profumo per arrossire pudicamente, guardarlo negli occhi per più di qualche secondo, sedergli accanto – tra una buca e l’altra dove fallivo goffamente come in tutti gli sport – avvertendo il calore del suo corpo, di quelle braccia che non sapevo nemmeno quantificare quanto desiderassi. E quanto sperassi che fossero pronte a prendermi al volo, se fossi caduta dal letto su cui finalmente, dopo anni di privazioni, tornavo a saltare a perdifiato. Per un istante. Per una sera di primavera. Per scrollarci entrambi di dosso il peso schiacciante delle aspettative tradite.

È stata una di quelle serate che cerchi di prolungare il più possibile, per non tornare a casa dalla vita vera.
Baci dolci da assaporare come nettare di eterna giovinezza, come solo i primi sanno essere. Labbra di velluto che quando si toccano è già come avere un orgasmo, se il bisogno di purezza supera persino il desiderio sessuale.
Perché a volte il fiatone che cura più il cuore è quello dell’innocenza.

Vita di strada

Le automobili sono senza pudore, lo penso sempre.
Vetri trasparenti che ti sbattono sotto gli occhi di perfetti estranei. Microcosmi e microcase su quattro ruote, offerti a chiunque calpesti quell’asfalto.
Bisognerebbe chiedere il permesso prima di guardare dentro a un abitacolo, munirsi di un certo timore reverenziale, avere paura di disturbare, perlomeno nell’osservare l’infelicità degli altri.

Le coppie che senza rivolgersi la parola guardano avanti, nel vuoto del non-luogo che è la strada: lui mentre guida alza il volume dell’autoradio senza chiederle nulla, lei si gira verso il finestrino con gli occhi colmi di mal sopportazione e sconfitta. Ti basta un secondo, un sorpasso in autostrada, un semaforo giallo, per sentire tutta l’indifferenza che attanaglia i loro cuori, quella tristezza dello stare insieme senza davvero più stare insieme. Come quando lui sbaglia strada e lei non ha più la pazienza di riderci su, ma anzi lo redarguisce manco fosse un bambino all’ennesimo brutto voto. Come quando lei inchioda bruscamente a un rosso e lui – anziché canzonarla perché non è molto brava a guidare – le dice di accostare con tono saccente e la sostituisce al volante, umiliandola.

Penso che le auto siano senza pudore perché ci fanno affacciare brutalmente su ciò che speriamo sempre di non diventare, o che non abbiamo il coraggio di ammettere di essere: le coppie tristi che all’improvviso hanno smesso di provarci. Che se ripensano al loro primo incontro, alla magia dei risvegli insieme, a quando erano pronti a farsi consumare dall’emozione, sentono più amarezza che batticuore.