Sindrome da crocerossina

di Alice Ayres

Ero una di loro. Una di quelle patetiche donnette che confondono una relazione con una missione, che cercano l’espiazione di un peccato originale figlio di poca autostima e molto autolesionismo. Chi ha la tendenza a voler salvare un altro – nella stupida convinzione che sia un gesto nobile – attira a sé (in)consapevolmente la feccia dell’umanità. Certo, incontrare un maschio insicuro, tormentato, smidollato e incapace di affrontare la vita capita facilmente anche a chi non è vittima del morbo ‘Io ti salverò’. Ma se errare è umano, qui perseverare diventa patologico.

Il problema di essere una stupida crocerossina è che più un uomo è problematico e/o ti tratta male, più ti accanisci. Basta una sua parola dolce diluita in un mare di merda e subito ti convinci che lui, in fondo, ti voglia bene, che un domani sereno possa arrivare, che la sua sia solo una fase. Non importa se ti maltratta, minaccia, si fa come un cane e manco viene a recuperarti al pronto soccorso: tu in quel momento credi nel suo potenziale, insegui un traguardo, un fottuto mondo migliore dove il vostro ‘affetto’ – ovvero ciò che provi solo tu e che lui sfrutta per sentirsi meno solo – trionfi.

Vorrei spiegarvi come ci si sente ad annullarsi giorno dopo giorno, a non poter arrivare alla sera senza assistere a crisi di astinenza, risse o grida violente; di come sia impossibile vivere alla giornata quando da un momento all’altro può sempre accadere qualcosa di tremendo. Di come certe persone – troppo egoiste per lasciarti andare – ti riducano ai minimi termini, privandoti del diritto di esprimerti perché non hanno orecchie per ascoltarti, o di piangere perché il tuo dolore non può né deve rubare la scena ai loro problemi. Di come menti a te stessa, tradisci i princìpi per i quali vivi, sacrifichi la tua integrità di donna pur di aiutare qualcuno, e in cambio ricevi solo bugie, ricatti morali e maltrattamenti. Di come il tuo corpo si ribella al male che ti stai facendo, ti impedisce di respirare, camminare, di non tremare; di come si sviene sul freddo pavimento di un bagno senza che nessuno si preoccupi di te, senza mai sentirsi chiedere scusa.

Vorrei spiegarvi come ci si sente a non amarsi abbastanza.

“Bevo l’ultimo e poi andiamo”, e non era mai l’ultimo. “Lo facciamo domani te lo prometto”, e quel domani non arrivava mai. “Fai come vuoi”, e scaricava i suoi errori sulle mie spalle quando gli imputavo qualcosa. “Ci vediamo a casa”, e spariva per trentasei ore di seguito. “Non ti mentirei mai”, e inventava storie ridicole per fingere di non essersi drogato.

Non credo ci sia un limite di sopportazione oltre al quale si smetta di farsi del male, penso sia più una questione di identità. Puoi voler bene a una persona e fingere di non star sbagliando quanto vuoi, ma alla fine ciò che sei, ciò che sogni, torna a galla. E fa male, perché sai di aver ignorato e umiliato la tua essenza in nome di una crociata persa in partenza, come lo sono tutte le scelte prive di sano egoismo. C’è una cosa bellissima nelle relazioni che ti distruggono, ed è rendersi conto che per interrompere quella colata di dolore basta semplicemente dire a chi si ha davanti “Ti lascio al tuo destino”. All’improvviso la vita fatta di abusi psicologici, attacchi di panico, privazioni e ossessioni, quella che fino a ieri confondevi con la normalità, scompare per sempre. Diventa una memoria opaca, già remota, un film scadente visto al cinema che non valeva un euro del biglietto.

La vittoria non è mai salvare un altro. È salvare se stessi. Da allora finalmente l’amore per me ha una sola declinazione possibile: mors tua, vita mea.

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