Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Grande Fratello, lo specchio dei chiusi di mente

Guardare Grande Fratello fa male alla salute, ma qualche volta mi concedo questo pericolo, anche solo per ricordare che gente atroce ci sia là fuori – gente che poi, una volta uscita dalla Casa, bazzica nelle peggio agenzie e si denuda su qualche rivista senza manco un euro in cambio. C’è da dire che nei confronti della tv siamo tutti un po’ incoerenti: moltissimi – me inclusa – si atteggiano a ferventi amanti del web ma poi su Twitter commentano in diretta diversi programi televisivi, dimostrando che chi è attento ai media non può del tutto prescindere da quella scatoletta (oggi foglietto) luminosa. Se anche l’esame scritto di Giornalismo dell’anno scorso annoverava tra i temi una domanda sul GF, un motivo ci sarà. Il che, tra l’altro, dimostra quanto siano ridicoli quelli che lavorano nei media ma per fare i colti rivoluzionari non hanno un televisore in casa.

Ieri sera è stato eliminato un concorrente chiamato Amedeo, le cui vicende di tre mesi di gioco si possono riassumere così: entra dichiarandosi fidanzatissimo ma dopo poco si coccola e struscia in modo equivoco con Chiara, inquilina che ha palesemente un debole per lui. Tra ore passate a letto abbracciati a cucchiaio, complimenti e sguardi languidi, quando lei palesa la speranza in qualcosina di più lui la cassa a male parole dicendole che ha mancato di rispetto alla storia tra lui e la sua ragazza (sic!) perché “L’hai sempre saputo che ero impegnato”. Ora, io a uno così, per dirla gentilmente, infilerei un uncinetto su per l’uretra. Possibile che nel 2012 siamo ancora qui a dare della povera illusa (o della zoccola) a una single che riceve delle palesi attenzioni (e magari s’affeziona pure) da uno che single non è?

L’immaginario collettivo, specie in provincia, è ricco di figure mitologiche improbabili. Tra queste ne spicca una PERICOLOSISSIMA: la temibile donna malefica che per hobby si getta tra le braccia dell’uomo di un’altra. Uhhhh. La domanda sorge spontanea: se i vostri fidanzati o mariti sono tutti così fedeli, irreprensibili e coerenti, com’è che queste brutte streghe cattive trovano pane per i loro denti? Forse che la realtà è un’altra? Forse che, ad esempio, i vostri partner sono dei fottuti uomini medi che danno un senso al loro ego solo quando hanno gli occhi di una donna – qualsiasi donna – addosso? Forse che al di fuori del vostro talamo coniugale i cari maritini s’imbazzortiscono guardando il culo di una sconosciuta in pantacollant, o si spruzzano in mano al cospetto di qualche video Redhead teen facial cum?

La cosa più divertente è che ad alimentare il luogo comune della sfasciafamiglie siano soprattutto gli uomini e mica solo le cornute. Al contrario, alcune di loro mostrano anche una certa coerenza di fondo, forse per solidarietà (o superiorità?) femminile. Mi è capitato almeno due volte di intrattenere qualche relazione con un uomo che è stato smascherato dalla fidanzatina di turno (anche voi, vi fate sempre sgamare!). Com’è ovvio, in entrambi i casi le poverette mi hanno telefonato incazzate nere, tentando d’incolparmi del loro fallimento relazionale. Ebbene, dopo un primo momento di tensione (loro) connotato da quel patetico tremore di voce, non solo ci siamo messe a parlare serenamente come due “amiche” (avevamo pur sempre condiviso qualcosa), ma con una delle due ho pure continuato a sentirmi, tanto era evidente che non fossi io la persona da biasimare. Mi riferisco sempre, si badi bene, a due femmine che non si erano mai conosciute prima, conditio sine qua non di questo tipo di circostanze. Se a tradirti oltre che il fidanzato è pure un’amica, che ci prova con lui alle tue spalle per vincere la concorrenza-femminile-da-adolescente-complessata-repressa che nutre nei tuoi confronti, il discorso cambia drasticamente. In tal caso si passa a epiteti ben più accesi del semplice ‘zoccola’, e l’uncinetto lascia spazio alla tanica di benzina. Per bruciarli entrambi.

Quattro volte senza te

Sul suo letto ad aspettarmi c’erano delle lenzuola scure e due asciugamani. Li aveva preparati dieci giorni prima, mentre partiva per Roma alla ricerca del sole, dell’amore, della rivincita di una vita sentimentale difficile. A Francesco Parigi non era mai piaciuta: troppe nuvole, troppa pioggia, troppo grigiume, le stesse cose che detestava di Milano. Io invece, vagabonda per vocazione, ero ben felice di fare un salto in Francia, ma ancor di più di rifugiarmi nella sua casa. Lasciarmi le chiavi dell’appartamentino di Rue Montgallet – dove faceva entrare pochi eletti – era un modo di dirmi “Per me sei importante”, un piccolo trofeo che aveva illuminato il mio settembre.

Proprio in quella casa, in un caldo mattino di sole – tra i suoi libri, le riviste, i vestiti e le perle vintage che scovava nei mercatini – mi sono accorta ancor di più di quanto la mia vita fosse speciale grazie a lui. Era il tipo di amico a cui telefoni appena hai fatto una stronzata, che cerchi quando ti senti una perfetta idiota, a cui puoi raccontare senza imbarazzo perché stai piangendo; quello che vuoi in ospedale mentre nasce tuo figlio, o accanto quando hai paura di aprire i risultati degli esami del sangue. Abbiamo passato nove anni a prenderci in giro, combattendo le nostre fragilità con un sorriso: io per natura rido spesso, con poco, con chiunque, ma le risate con lui erano diverse, davano un senso al Tutto. La sua dolcezza si manifestava senza preavviso, in una battuta ironica che sapeva descriverti alla perfezione, in un silenzio che sussurrava “Ho paura anch’io, non sei sola”, nell’assoluta sincerità con cui mi diceva “Sei una delle donne più intelligenti che io abbia mai conosciuto”.

Quando sono andata via da Parigi gli ho lasciato sul letto le sue caramelle preferite, i Goldbären della Haribo. Inizialmente avevo pensato di scrivergli un biglietto con tutte le cose pazzesche che avevo pensato di noi in quei giorni, ma in fondo il nostro rapporto non aveva bisogno di parole, solo di piccoli gesti. Il suo era stato preparare tutto per il mio arrivo, con la delicatezza che solo i puri di cuore possiedono. Il mio è stato regalargli un sorriso da bambino al suo ritorno a casa.

“Il miglior regalo. Ever”. Quando ho ricevuto questo messaggio mi sono messa a piangere, non so neanch’io perché. Sorridevo nell’immaginarlo intento a fare fuori un intero pacchetto di caramelle in meno di un’ora; soffrivo per non averlo visto in aeroporto a Parigi, dove avremmo dovuto incrociarci se solo non avesse deciso – con la mia benedizione – di restare una settimana in più a Roma.

È stata l’ultima cosa che mi ha scritto.

Francesco ha lasciato la vita naturalmente, di notte, nel sonno. È andato a dormire tra le lenzuola che io stessa gli avevo preparato con cura senza sapere che non si sarebbe più svegliato, nel modo in cui vorresti perdere le persone che ami quando sono anziane. Lui era giovane, bellissimo, pieno di talento. Ansioso, maniacale, capace di annegare in un bicchier d’acqua, e per questo tanto speciale.
C’è un silenzio irreale nella vita di chi resta, è il suono ovattato della vergogna d’essere ancora qui, dell’incapacità di spiegarsi perché proprio lui e non un altro. E così oggi, a quattro mesi dal giorno che mi ha reso orfana di un grande amico, a far rumore è solo quel silenzio.

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