Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Rush hour

Fretta. Di capire, di godere, di consumarsi di passione. Di scoprire come finirà, come ti ferirà, come non avrà avuto senso nemmeno iniziare. Fretta di conoscersi, annusarsi, inebriarsi di pelle e occhi e lingua, fino a quando l’odore e il sapore prima sconosciuti diventano all’improvviso familiari, necessari, inconfondibili. Fretta di avere paura, ché senza paura ci si lascia troppo andare, si viene feriti e abbandonati – e allora tutta questa fretta forse andava usata per darsi il massimo nel più breve tempo possibile, prima dell’inevitabile capolinea. Fretta del futuro solo per vedere se ci saremo ancora, se le mie dita continueranno a carezzare il suo orecchio mentre lo guardo appisolarsi. Fretta dell’ “a domani” che da speranza si fa promessa, poi delizia, infine certezza. Fino a quando proferirlo non serve, ché le parole nulla possono contro la chiarezza dei gesti: fretta di fatti, ecco sì, di concretezza, di un libro che non si giudica dalla copertina ma dalla trama, di un film che fa ridere entrambi, abbracciati sul divano – e se ogni tanto commenti una scena ad alta voce non muore nessuno, ché tempo di tacere mica ce n’è. Fretta di chiacchiere, confronti, scambi, dibattiti, ma ancor più di silenzi, quando al risveglio l’orologio reclama attenzione ma tu hai occhi solo per quel volto, e sorridi naso contro naso come gli eschimesi, senza proferire verbo.

Fretta di non sbagliare più, e quindi sbagliare in modi nuovi – credendoci – ché la sola fretta sbagliata, in fondo, è l’arrendersi a un cinismo senza ritorno.

Symbolum

Io non lo sapevo che Pietro stesse in Liguria. In un posto quasi di fronte al mare, accanto al belvedere dove tutti si fermano ad ammirare il paesaggio. Ho scoperto che la sua famiglia ha casa lì da tanto tempo, inizio ‘900 credo. Siamo stati a portata di pochi chilometri per molte estati senza ch’io lo sapessi, senza mai passare a dedicargli un minuto del mio tempo. Ancora me la ricordo, l’ultima volta che l’ho visto. La stanza col letto singolo, il silenzio surreale tra una frase sussurrata e l’altra, il golf scuro – forse blu – immacolato e le mani appoggiate tra petto e ventre. Era inverno, era tempo di cappotto – che forse, una volta entrata in casa, non avevo nemmeno tolto dalla fretta di salutarlo. Di vedere la sua espressione serena e riposata, senza grinze come solo la pelle dei bambini sa essere. Sembrava dormisse, Pietro, e col suo viso perfetto rendeva la morte meno spaventosa. Persino la sua.

Aveva undici anni, due più di me. Gli faceva male la testa, tanto, al punto che i suoi genitori decisero di portarlo in ospedale. Chissà se oggi sarebbe diverso, chissà se tenterebbero qualche cura anziché mandarlo a casa a finire il suo tempo, seppur con la più alta dignità possibile. Nel suo lettino, insieme a mamma e papà, e alla sorella: la rivedo seduta sul divano del salotto con quell’aria quasi strafottente e inopportuna, ché il dolore ti fa reagire in modi inaspettati che non vanno mai – mai – giudicati.

Pietro è morto sognando di guarire, attaccato alla sua quotidianità di bambino, con un compagno di classe che dopo scuola andava a fargli visita per raccontargli cosa avesse spiegato la maestra. È morto dicendo alla mamma che d’estate, quando sarebbe stato meglio, sarebbe andato in campeggio coi suoi amici: lo diceva sorridendo, convinto, in trepida attesa. Anche quando non è stato più in grado di parlare, anche quando ha perso la vista, non ha smesso di crederci e fantasticare: di stare meglio, di uscire da quel lettino, di prati verdi e aria pulita, di giochi e piccole avventure. Fino alla fine.

C’era tutta la sua scuola in chiesa, tanti soldatini composti e affranti. Erano gli anni in cui i bambini venivano iscritti a catechismo “d’ufficio”, in cui l’iter battesimo-comunione-cresima era un percorso standard per chiunque, inclusa me ovviamente. Delle inutili parole dell’omelia, degli inutili passaggi del Vangelo ignorati dalle orecchie assordate dalla parola “ingiustizia”, ricordo solo il canto che tutti ci sforzammo d’intonare quando il parroco disse che era il preferito di Pietro. Un canto che io non conoscevo, ma di cui ancora oggi ricordo ogni parola, poiché la sola cosa che mi confortò quel giorno fu conoscere per l’ultima volta qualcosa di suo.
Tu sei la mia pace, la mia libertà.

È in Liguria, Pietro, insieme ai suoi bisnonni nati nella seconda metà dell’Ottocento: è il bambino del cimitero, dicono. Mentre fissavo il nome inciso nel marmo, pensavo che oggi sarebbe un uomo, un papà. E porterebbe i suoi bambini in campeggio. E chiederebbe loro cosa hanno imparato di nuovo a scuola. E la sera, prima di coricarsi, li guarderebbe dormire beati nelle loro camerette, in un letto a una piazza come quello in cui ha sognato di vivere.
Finché avrò respiro, fino a quando tu vorrai.

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