Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Categoria: Alice

/par·là·re/

L’amore viene meno insieme alle parole. Non necessariamente quando si smette di avere cose da dirsi, ma quando non vale più la pena dirle, ché ripetere gli stessi concetti a vuoto è peggio che tenersi tutto dentro — una patetica brutta copia di quando ancora ci si ascoltava. Ancora ci si fidava. Ancora si poteva, si voleva.

Sono sempre stata molto fiera del mio tavolo in cucina. Vintage, originariamente in ottime condizioni, pagato una scemenza. Fino a qualche anno fa, ogni tanto mi capitava di immaginare quel tavolo a distanza di un trentennio, testimone silenzioso di una storia famigliare. Immaginavo i figli che non ho avuto farci i compiti sopra, le vigilie di Natale, le colazioni di fretta, i battibecchi, le risate, i compleanni, le buone e cattive notizie, ma soprattutto le chiacchiere. Conversazioni a cena, ogni sera, cascasse il mondo.

Per anni, accomodati ai suoi lati, abbiamo parlato così tanto che sedermici in silenzio si è rivelato insopportabile. In silenzio insieme, prima ancora che da sola, ché l’amore viene meno con le parole, appunto. Senza quelle non c’è niente, io non sono niente. E anche se il silenzio oggi è riempito dalle serie tv, i messaggi vocali delle amiche, i miagolii dei “padroni di casa”, i gran premi e le canzoni cantate a mezza voce, talvolta mi domando se questo tavolo se li ricorda quei due che parlavano ininterrottamente, di tutto, e che in quel chiacchiericcio sembravano proprio vivi. Anche se lei riceveva sempre e sempre meno di quanto dava, ma questa è un’altra storia. Anzi, non lo è più.

Ali piumate

È sempre così. I treni partono dalla stazione fianco a fianco, coesi, pronti a darsi manforte verso la stessa meta. Poi i binari si fanno obliqui, e ancora curvi, e quello che sembrava l’oplita pronto a coprirti le spalle si allontana per sempre, in un diverso destino di linee metalliche. Del tempo trascorso a muoversi parallelamente resta solo il luccichio del sole battente sui binari, che colpisce gli occhi e vi imprime ricordi.

L’ultimo scintillio prima della fine – lo squarcio tra la vita di oggi e quella degli anni precedenti – nel mio caso ha in primis le ali. Dei piccioni che si rinfrescano alle fontanelle urbane, dei rapaci che solcano potenti il cielo (è un gheppio o una poiana?), degli Inseparabili che non possono vivere l’uno senza l’altra. Al parco, per strada, in auto, affacciata alla finestra, mi scopro sempre a seguirli con lo sguardo.

Si annida nei sapori forti, decisi, quelli che dopo anni dirai ancora “Ti ricordi che buono che era?”: il coriandolo, il lemongrass, i chiodi di garofano, le spezie del viaggio in India, i suoi samosa gustati caldi per strada.

Brilla nell’ombra salvifica dei boschi d’estate, nella terra polverosa che si fa nuvola a ogni passo, nel profumo umido dopo una notte di pioggia, quando i funghi prendono vita.

Luccica, prima di spegnersi senza appello, in tutte le piccole, trascurabili cose che non conoscevo e che ho imparato – anche quando sembrava che non ascoltassi, ché io ascolto sempre. Aggiunte permanenti al mio modo di guardare il mondo, ricchezza al caro prezzo della malinconia.

Soprattutto, splende accecante nell’amara lezione infertami dagli ultimi due anni: che c’è un tempo per tentare e uno per mollare la presa, e la felicità non può appartenere al primo.

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