La ruota della fortuna
di Alice Ayres
Da anni lo chiamo il mio tallone d’Achille. Colui verso cui la mia durezza vacilla, che difendo anche se si comporta in modo opaco, ché la sua bontà e ingenuità sovrastano quel pizzico di malizia con cui ha provato a rosicchiarsi un po’ di fortuna.
Fortuna che, in fondo, non ha avuto quanto meritasse. Lui, ventenne fidanzato con una giovane ragazza che per convenienza dovette sposare un altro. Lui, mai marito e mai padre pur desiderandolo tanto. Lui, cinquantenne congedato dal lavoro per un incidente e di lì a poco abnegato caregiver della madre, con una sola ora d’aria al giorno. Per tredici, lunghissimi anni. Un tempo in cui i fratelli e le sorelle al nord hanno abitato il presente, viaggiato, visto nascere nipoti, occupato una posizione nella geografia della vita. Lui no.
La solitudine che prima era parte integrante della sua identità, di quel lavoro che lo portò in ogni angolo del globo sulle navi mercantili – mesi ininterrotti di navigazione quando ancora il turismo non usciva dall’Italia – col tempo ha iniziato a divorarlo. Gli ha tolto gli ultimi anni buoni, quelli in cui (ri)farsi una vita. Lo ha privato di alcune buone maniere, per esempio a tavola, ché quando sei solo – e con una madre allettata e demente che rantola sei più che solo – ti inselvatichisci. Infine, più di recente, gli ha tolto la capacità di dissimulare la tristezza, quella che ti faceva illudere che il tuo ritorno a Milano non gli facesse poi così male.
Piangeva discretamente, le ultime volte, quando capiva che era il giorno della mia partenza. Entrava in uno stato febbrile d’ansia, incapace di stare fermo, quasi volesse riempire le ore che ci restavano per allungarle. Gli toccava rinunciare solo agli ultimi 5 minuti in stazione, quando per precauzione mi avviavo già verso la banchina. Restava immobile al binario 1, una sagoma in attesa di vedermi salire a bordo, di sbracciare nella sua direzione. Negli anni, i nostri saluti ferroviari – imprescindibili per la sua galanteria – hanno cambiato forma ma non sostanza. Prima mi accompagnava in macchina, poi in bici. Prima arrivava fino al mio binario, poi si fermava al primo non riuscendo a fare le scale. Quante foto, nel mio telefono, in cui mi saluta col magone nel cuore. Quante lacrime sul mio viso, appena partito il treno, figlie di un senso di colpa ancestrale.
Anche se non mi è di conforto, ho fatto per lui tutto quello che ho potuto. Intensificato le visite, sistemato i suoi pasticci, sventato un paio di truffe, cucinato il nostro comfort food, sopportato le sue visioni politiche datate, affiancato le sue necessità mediche, complottato coi suoi amici per farlo stare meno solo, guardato ogni puntata della Ruota della fortuna – l’ultima cosa diventata nostra a ogni cena.
Girava, la ruota, quella sera. E con lei il mio terrore. Ho ancora in testa il silenzio surreale della tv messa in muto, mentre il telefono vicino all’orecchio mi restituiva squilli a vuoto. Ero seduta sul divano di casa mia, e sapevo che era successo qualcosa. Che ogni minuto era prezioso, ma che forse lui avrebbe preferito un colpo secco. Scommettere sulla morte, il grande scoperto che non puoi chiedere a chi ti ama.
Quello è stato l’ultimo giorno della sua vita ufficiale. Senza sedia a rotelle, senza magrezza da inappetenza, senza parole che non escono come dovrebbero, senza occhi rassegnati e un nuovo indirizzo come domicilio. Appena tredici giorni prima, eravamo sul binario 1 a pensare al suo compleanno: “Pensa a dove festeggiamo!” è stata l’ultima frase che gli ho detto scendendo verso il sottopasso.
Lo abbiamo comunque trascorso insieme, ma non sapeva nemmeno di compiere gli anni. Al posto di un ristorante di pesce in cui avrei ordinato solo un’insalata verde, l’atrio di un centro di riabilitazione dove i progressi promessi si sono tramutati in un irrecuperabile peggioramento. La torta però c’era, di gelato di cui è ghiotto, in barba alle regole della struttura. “Se non mangia il vostro cibo, mangerà il mio”.
Negli ultimi anni ero sempre tornata a casa col timore di non rivederlo. Il 14 aprile, invece, no. Il pensiero non mi ha sfiorato. Ho trotterellato sulle scale sorridente, pensando che ci saremmo riabbracciati nel giro di un mesetto, che avrei dovuto stupirlo con un dono utile e inaspettato, qualcosa che non avesse già nella sua collezione da accumulatore seriale. In ogni sua stanza, scatole piene di ricordi risalenti anche a prima della sua nascita. Lettere sbiadite, ricevute desuete, foto di gente morta. E ancora, i mobili della prima casa dei suoi genitori (“Su questo letto io ci sono nato!”) recuperati a un passo dalla discarica. Pezzi tangibili della sua storia di figlio che, senza matrimonio né progenie, non si è mai davvero proiettata in avanti. Facile, per i parenti cittadini che non si sono dovuti occupare di un’anziana grazie a lui, canzonarlo, non capire. Ma io ho sempre capito. “Tu sei l’unica che quando viene qui, non mi dà fastidio. Guarda che posso mettere la… come si chiama… la fibra per il tuo smart working, così puoi restare qua anche un mese”.
Dopo anni passati a evitare l’alta velocità, ho preso più Frecciarossa negli ultimi 5 mesi che 10 anni: ora la caregiver provo a farla io, anche se a distanza di 500 km è un sacrificio ridimensionato, imparagonabile al suo. In quella località costiera dalle spiagge chilometriche, vedo il mare solo quando lo costeggia il treno. Risucchiate dalle cose da fare e dal tenergli compagnia il più possibile, le ore del giorno perdono consistenza. Il sonno va scemando, la voragine nel cuore si allarga, la depressione torna a strisciare sulla mia schiena. “Quando vieni a trovarlo tu sembra un’altra persona”, mi dicono. E io muoio dentro nell’avere un biglietto di ritorno già in mano, una vita altrove che è giusto io viva. Ma che, inevitabilmente, perde la rotta, assume confini indefiniti, annientata da ciò che vedo. Come in un videogioco, la sua solitudine ha infatti raggiunto il livello finale: ora gli ha tolto l’identità.
Quel martedì, mentre aspettavamo il treno delle 19:41, non sapevamo che fosse l’ultima volta. Della pizza rossa ancora bollente, schiacciata nel portapacchi della bici fino a ungerlo tutto. Delle ore a ispezionare le scatole dei ricordi, quasi dovesse tramandarmi ciò che ormai ricordava solo lui. Dei cremini fritti che comprava in rosticceria per viziarmi. Di quello sguardo innocente a ogni mio arrivo, quando apriva la porta di casa un po’ impalato e un po’ emozionato, felice di non essere più solo. Del portarmi al bar dai suoi amici tutti maschi, con vanto. Della tavola insopportabilmente disordinata, sempre con due tovagliette anche se era da solo. Delle scorte di dentifricio e bagnoschiuma come fossero beni introvabili, delle lotte per fargli buttare almeno un rasoio arrugginito. Delle cartoline dei miei viaggi infilate nella specchiera dell’ingresso. Della sua dieta prevalentemente a base di dolci, come un bambino che può decidere per sé.
Che sono la tua nipote preferita me lo hai detto tante volte, quasi sempre scherzando. Chissà se sai che sei il mio zio del cuore, l’unico – tra così tanti – di cui ogni persona della mia vita ha sentito parlare.