“Perché non scrivi più?”

di Alice Ayres

Perché penso troppo, e il frastuono costante di intuizioni, speranze, aspettative e paure è difficile da fotografare in una manciata di frasi.

Perché sto invecchiando e qualsiasi pensiero mi pare solo transitorio, pronto a trasformarsi in altro, poi in altro ancora, nell’inafferrabilità costante che è il nostro cammino tra l’inizio e la fine.

Perché mi sto arrendendo – con un faticoso ma profondo grado di accettazione – al tempo che passa. Quello che chi pensa di avere certezze non comprende.

Perché quando sento i giovani proclamare con fermezza qualcosa di errato penso solo a come sorrideranno – anni dopo – nel ripensare a quanto poco conoscevano la vita.

Perché negli ultimi 16 mesi, quasi impercettibilmente, la mia vita è mutata più che negli ultimi 5 anni. E io di conseguenza.

Perché ho paura della portata irreversibile di certe scelte, che inevitabilmente escludono dal tuo percorso altre possibilità, altre emozioni, altri epiloghi. Altre te. E allora devi scegliere bene, e diventare un po’ più razionale – tu che un tempo eri tutta istinto e autodistruzione. Lasciare il mondo fuori dalla porta e schiuderla solo quando bussa qualcuno che può capirti. Che ha voglia di ascoltare.

Perché le persone irrinunciabili diventano sempre meno, ma al tempo stesso – trovando il coraggio di affidarsi – riescono ad annientare ogni abbandono.

Perché sto imparando a prendere dalla vita ciò che mi spetta. E che forse ritenevo di non meritare, preferendo rifugiarmi nel porto sicuro dei vezzi della mia scrittura. Oggi so chiedere di più, so pretendere quel che è giusto fino alla prevaricazione, so arrabbiarmi, so andarmene. Suona spaventoso ma è solo amore per sé.

Perché so piangere in mezzo alle persone, e so guardarle singhiozzare.

Perché sto così bene da sola da essere in grado – finalmente – di farmi amare senza effetti collaterali. Senza nessuno da salvare. Nemmeno me.

 

 

 

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