Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: ricordi

Symbolum

Io non lo sapevo che Pietro stesse in Liguria. In un posto quasi di fronte al mare, accanto al belvedere dove tutti si fermano ad ammirare il paesaggio. Ho scoperto che la sua famiglia ha casa lì da tanto tempo, inizio 900 credo. Siamo stati a portata di pochi chilometri per molte estati senza ch’io lo sapessi, senza mai passare a dedicargli un minuto del mio tempo. Ancora me la ricordo, l’ultima volta che l’ho visto. La stanza col letto singolo, il silenzio surreale tra una frase sussurrata e l’altra, il golf scuro – forse blu – immacolato e le mani appoggiate tra petto e ventre. Era inverno, era tempo di cappotto – che forse, una volta entrata in casa, non avevo nemmeno tolto dalla fretta di salutarlo. Di vedere la sua espressione serena e riposata, senza grinze come solo la pelle dei bambini sa essere. Sembrava dormisse, Pietro, e col suo viso perfetto rendeva la morte meno spaventosa. Persino la sua.

Aveva undici anni, due più di me. Gli faceva male la testa, tanto, al punto che i suoi genitori decisero di portarlo in ospedale. Chissà se oggi sarebbe diverso, chissà se tenterebbero qualche cura anziché mandarlo a casa a finire il suo tempo, seppur con la più alta dignità possibile. Nel suo lettino, insieme a mamma e papà, e alla sorella: la rivedo seduta sul divano del salotto con quell’aria quasi strafottente e inopportuna, ché il dolore ti fa reagire in modi inaspettati che non vanno mai – mai – giudicati.

Pietro è morto sognando di guarire, attaccato alla sua quotidianità di bambino, con un compagno di classe che dopo scuola andava a fargli visita per raccontargli cosa avesse spiegato la maestra. È morto dicendo alla mamma che d’estate, quando sarebbe stato meglio, sarebbe andato in campeggio coi suoi amici: lo diceva sorridendo, convinto, in trepida attesa. Anche quando non è stato più in grado di parlare, anche quando ha perso la vista, non ha smesso di crederci e fantasticare: di stare meglio, di uscire da quel lettino, di prati verdi e aria pulita, di giochi e piccole avventure. Fino alla fine.

C’era tutta la sua scuola in chiesa, tanti soldatini composti e affranti. Erano gli anni in cui i bambini venivano iscritti a catechismo “d’ufficio”, in cui l’iter battesimo-comunione-cresima era un percorso standard per chiunque, inclusa me ovviamente. Delle inutili parole dell’omelia, degli inutili passaggi del Vangelo ignorati dalle orecchie assordate dalla parola “ingiustizia”, ricordo solo il canto che tutti ci sforzammo d’intonare quando il parroco disse che era il preferito di Pietro. Un canto che io non conoscevo, ma di cui ancora oggi ricordo ogni parola, poiché la sola cosa che mi confortò quel giorno fu conoscere per l’ultima volta qualcosa di suo.
Tu sei la mia pace, la mia libertà.

È in Liguria, Pietro, insieme ai suoi bisnonni nati nella seconda metà dell’Ottocento: è il bambino del cimitero, dicono. Mentre fissavo il nome inciso nel marmo, pensavo che oggi sarebbe un uomo, un papà. E porterebbe i suoi bambini in campeggio. E chiederebbe loro cosa hanno imparato di nuovo a scuola. E la sera, prima di coricarsi, li guarderebbe dormire beati nelle loro camerette, in un letto a una piazza come quello in cui ha sognato di vivere.
Finché avrò respiro, fino a quando tu vorrai.

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Con gli occhi giusti

Ci ho messo tutto in quelle carezze. Tutto quello che era rimasto.
Ho scandito nella mente ogni pensiero, ogni preghiera, ogni sogno, sperando – attraverso le dita che scorrevano tra i suoi capelli neri e argento – di raggiungergli il cuore.
Non rovinare tutto in un modo così fottutamente stupido.
Non cedere alla paura, alla tentazione di farmi male.
Non lasciarmi uscire da quella porta senza un bacio, senza un piccolo sorriso.

L’intimità tra due persone non si costruisce, succede e basta. Per noi è stato così fin dal primo giorno, nella naturalezza della condivisione di qualsiasi momento, fino a quando erano più le volte che la porta del bagno restava aperta anziché chiusa. Mi piaceva sedere accanto alla vasca mentre lui faceva la doccia, osservarlo alle prese coi gesti quotidiani che conoscevo a memoria. Amavo come fosse metodico, iterativo, prevedibile in molte cose: la prevedibilità, in fondo, è brutta solo quando a ripetersi è il dolore. Altrimenti si fa rassicurante e profuma di certezze, di casa.
“Casa” per me era bere dallo stesso bicchiere a tavola, uscire a passeggiare insieme dopo pranzo nelle domeniche senza pioggia, appoggiare la sua fronte sulla mia pancia – in piedi davanti a lui – e carezzargli i capelli con tutte le dita e tutto l’amore che avevo.
Non ferirmi apposta.
Non essere ingiusto, arrogante e ingrato.
Non dimenticare tutto quello che ho fatto per te.
Quante richieste nelle carezze silenziose di quella mattina, le ultime della nostra vita. Quanto cuore gettato alla mercè dell’amarezza, spinto dall’irrazionale forza della speranza che sta per morire.

Mi sentivo come quando il treno si ferma all’improvviso in mezzo al nulla e non capisci se c’è un semaforo oppure si è guastato. Più speravo in un rosso momentaneo, più sapevo che ci eravamo guastati. Di nuovo. Per sempre. Che forse non ci eravamo mai aggiustati.
Non c’erano più biglietti ferroviari da acquistare né bagni in cui nascondersi al passaggio del capotreno: il fatidico giorno era arrivato. Quello in cui smettere di guardare l’uomo che amavo, e iniziare a vedere l’uomo che era.
Quello che mi ha fatto uscire senza bacio, né sorriso, né un ciao.
Che ha scelto di ferirmi, per giorni, con l’ennesimo dei suoi silenzi.
Che non mi ha mai messo prima di niente, tantomeno se stesso.
Che non ha mai saputo dire Mi dispiace.
Che pensava che tutto quel male, io, lo meritassi.
E che non aveva preventivato che quell’assenza con cui mi stava punendo si sarebbe trasformata – finalmente – nella mia più grande liberazione.