Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Tag: maternità

Nove

Non ho avuto un momento di crisi vero e proprio. Non ho nemmeno pianto a dirotto.
Ho solo speso molti giorni con un velo di tristezza addosso, a volte impalpabile, a volte coprente. Tutto qui.
Il dolore è la cosa più personale che esista, non ha misurazioni né tempi o rimedi prestabiliti. Benché io detesti le vittimizzazioni c’è un atteggiamento che disprezzo nettamente di più: chi sminuisce l’afflizione degli altri. La sofferenza è necessaria e giusta, e anzi mi preoccupa chi non ne prova. Me, ad esempio: talvolta cuore e mente perdono ogni contatto, creando un cortocircuito che ha tutta l’aria di un vuoto emozionale. Un salto interrotto, un respiro trattenuto, il freddo che fingi di non sentire quando sei giovane e tua mamma ti dice che sei vestita troppo poco. Negazione, sopravvivenza, accettazione.

Sono abituata a pensare troppo, da sempre. Soprattutto agli scenari peggiori. Le disavventure sanno gambizzarmi, ma quasi mai sorprendermi.
A volte lo sento chiaramente, che una cosa non finirà bene, e sfrutto ogni giorno utile per prepararmi alla resistenza. Resistenza alla rabbia, in primis. Più ancora che al dolore. E soprattutto resistenza all’ombra lunga della depressione, da cui solo la consapevolezza di essere un soggetto a rischio mi salva. Costruisco il mio sole, le mie mura, le mie armi, aspetto che il peggio arrivi e che, in qualche modo, passi. Ma non senza feriti, ovviamente. Non senza che mi ferisca anch’io, almeno un po’. Parte del dolore riesce a permeare le mie difese, depositandosi silente nel retro dei pensieri. Nessun pianto a dirotto, dunque. Ma un velo di tristezza, quello sì.

Mentre aprivamo la porticina minuscola al civico 8 pensavo a come proteggerlo se qualcosa fosse andato storto. Mi chiedevo se, con le mie parole dei mesi precedenti, lo avessi preparato abbastanza agli scherzi della vita. Se si ricordasse fino in fondo che ci sono episodi totalmente fuori dal nostro controllo, molto più frequenti di quanto si creda.
Ricordo tutto: l’attesa troppo lunga, il piumino tolto per il caldo e tenuto goffamente sulle gambe, la fattura che spunta dalla borsa bordeaux regalata da mio fratello, una ragazza in coda che chiede di mettere in carica il cellulare e lo usa parlando a voce troppo alta, le nostre facce tese perché per strada avevamo litigato. E poi quella piccola stanza, pulita e accogliente, discreta nella sua poca illuminazione. I due sgabelli, troppo minuti, dove appoggiare le nostre cose. La porta del bagno dischiusa di fronte alla mia seduta. E infine il lungo, sospeso silenzio: più si protraeva, più confermava i miei presentimenti.

Il nostro viaggio è finito con quattro parole, rese carezze dalla dolcezza con cui venivano pronunciate. “Non vedo il battito”, ha detto lei. “Va bene”, ho risposto io, che già sapevo. Che avevo sempre saputo. Mentre sorridevo, sentivo due lacrime raggiungere le tempie: impossibile resistere all’umanità e delicatezza di quella donna – mai incontrata prima – e al cuore puro e sconfinato dell’uomo che amo, al candore della sua reazione, alla tenerezza con cui riusciva a stemperare il dolore.

Non sentivo nemmeno il freddo dicembrino, una volta fuori. Non sentivo proprio niente, se non una grande urgenza: andare avanti. Salvarmi, salvarci. Recarmi in redazione e restarci fino a tardi, svegliarmi presto l’indomani e chiudere la settimana lavorativa. Fare tutto ciò che avevo in programma, senza esclusioni.
Ironia della sorte, tra le cose da fare quel pomeriggio c’era la visita in ospedale a due amici freschi di parto. “Noi ora ci andiamo, perché la vita va avanti”, ho detto. Ed eccoci lì, coi nostri migliori – stentati – sorrisi, a guardare da vicino proprio la Vita, quella che continua, che arriva e scombussola tutto, che non è mai indolore, che a volte se ne va anzitempo – anche se fino a una settimana prima c’era.
Eccomi lì, ad attuare la mia resistenza, a non permettere al dolore di oscurare la bellezza del mondo.

Il resto sono flash tra giorni di alti e bassi: la sala operatoria gelida, un pranzo di lavoro dove la donna accanto a me rifiuta vino e ordina solo cibi cotti, una festa a cui incontro una compagna di liceo che ha la scadenza identica alla mia – per un attimo, osservandola, penso di vedere me stessa. Avrei la pancia così, ora.
E poi le visite mediche serrate e sfinenti, le sale d’attesa tra sorrisi e occhi cupi, la vigilia di Natale rovinata dai dolori postoperatori, una foto del pranzo del 25 in cui invece sorrido allegra e scherzosa – ché amo troppo le Feste per permettere a qualcosa di rovinarmele.
E ancora i giorni di sole con cui riempirmi gli occhi, l’amore delicato e mai invadente della mia migliore amica, le banalizzazioni di chi parla senza sapere o snocciola dati statistici non richiesti – come se non li conoscessi già. Le ore notturne trascorse a sperare – quasi pregare – che esista una qualche giustizia, che quanto accaduto a noi fosse servito a risparmiarlo a chi ci provava da tanto. Due coppie vicine a noi, per l’esattezza. Proteggi i loro bambini, ovunque tu sia.
Poi il malumore, il riposo rannicchiata sul divano, i diversivi, i nuovi progetti, il tempo che diluisce tutto, l’ennesima riprova che il ruolo della donna è talvolta di una difficoltà estrema.

Infine, sopra ogni cosa, il nostro matrimonio.
Il trionfo dell’amore su qualsiasi disavventura. La conferma che tutto trova il suo posto, la sua cura. Io la sua, lui la mia. Che la felicità esiste, e noi la meritiamo tutta.

Vasectomia is the answer

Esiste qualcosa di peggio di un uomo senza palle? Sì, un senzapalle che si riproduce. Pare infatti che lo status di neo-papà abbia la capacità di trasformare quelli che già erano delle macchiette in ulteriori parodie umane. Certo, mi rendo conto che mettere al mondo un figlio significhi tecnicamente dimostrare di averli, quei coglioni. Ma da qui a sfoggiare con fierezza il rincoglionimento emotivo che imbalsama la faccia in deformanti espressioni da ebeti, ne passa.

Non sto dicendo che qualunque padre sia un imbecille, magari un po’ antisesso quello sì, ma non generalizziamo. Per strada – soprattutto all’estero, penso a Stoccolma dove tutti figliano come conigli – si incontrano affascinanti padri che spingono passeggini e carrozzine con disarmante naturalezza e serietà, pragmatici, paterni e distinti al punto giusto. Lo stesso però non avviene in Italia: non so se sia un discorso di passionalità nazionale, di sentimentalismo tricolore da affiancare al cliché di pasta, pizza e mandolino, sta di fatto che dinanzi agli atteggiamenti di qualche neo-papà nei riguardi del suo neonato mi cascano le ovaie ai piedi.

Parola numero uno: buonismo. Metti al mondo un figlio e di colpo la vita diventa un morbido confetto gigante, non esiste più la cronaca nera, né la crisi economica, nemmeno il cancro. Il pargolo è nato, mission accomplished, chi se ne frega se la parte difficile in realtà inizia proprio adesso. Non che uno debba tagliarsi le vene anche il giorno del parto, per carità. Ma cominciare a fottersene di ciò che succede agli altri in virtù del proprio momento magico, anche no. Che poi diciamocelo, mentre il corpo della vostra compagna si deforma per nove mesi, voi impiegate lo stesso lasso di tempo a decidere se assistere frontalmente all’evacuazione della creatura oppure no. Non fate un cazzo di niente ma poi davanti alle urla di dolore della poveretta che immola per sempre la sua vagina per vostro figlio vi sentite importanti.

Parola numero due: superpoteri. I neo-papà che fino al giorno prima di vedere la testa del figlio/a uscire dalla suddetta vagina cercavano ancora di dare un senso alle loro inutili esistenze inebriandole con la spesa al super del sabato pomeriggio, all’improvviso si sentono dei supereroi Marvel con il superpotere dello spermatozoo mitologico. Ora, io capisco che passare dal non avere le palle ad averne un paio funzionanti sia per voi una sufficiente ragione di giubilo, ma forse è bene ricordarvi che esistono centinaia di uomini al mondo che procreano quanto o più di voi senza nemmeno esserne consapevoli – e senza quindi ammorbare tautologicamente il prossimo con le mirabolanti (!) avventure del loro apparato riproduttivo.

Parola numero tre: idiozia. Avete presente quando un neo-genitore vi parla del suo bambino e nel mentre diventa un po’ rosso, con gli occhi luccinati, il sorriso da ritardato e quella vocina fastidiosa che di solito si riserva ai cuccioli di cane o gatto? Ora, comprendo perfettamente quanto sia dolce e teneroso tornare a casa la sera da un fagottino che dorme, mangia, caga e piange. Lo capisco davvero, giuro: io adoro i neonati degli altri. Sono certa e lieta che, una volta varcata la porta di casa, vi trasformiate in deboli esseri umani al totale servizio del marmocchio appena sfornato e della neo-madre che, in casi come quelli dei soggetti di cui parlo, sarà una pigra vessatrice intenta a farvi credere che allattare sia uno sforzo molto più massacrante che lavorare tutti i fottuti giorni (vogliamo parlare delle madri che si lamentano della maternità? Da prendere a schiaffi). Affari vostri, per carità. Fuori dalle mura domestiche però, vi prego, non mostrate tutta questa mollez…, ehm, umanità senza che vi sia espressamente richiesto. Non me ne frega un cazzo di sapere che oggi c’è stato il primo giro in carrozzina per le vie della città, né che il tentativo con l’omogeneizzato alla pera non è andato a buon fine. Se voglio questo genere di informazioni (può capitare) le chiedo, ma di certo farmi trapanare il timpano senza preavviso da quella vocina da maschi evirati non è il mio sport preferito. Dovreste essere uomini, per Dio. U-o-m-i-n-i.

Parola numero quattro: fotoreportage. Lo ammetto, avrei sempre voluto un bel librone con tutte le foto della mia evoluzione, specie in fase neonatale, e mi rincuora sapere che le nuove tecnologie consentano a tutte le famiglie fresche di taglio del cordone ombelicale di scattare fotografie in ogni momento della giornata della piccola creatura venuta alla luce. Quello che invece non comprendo è perché queste immagini trapelino sempre più del dovuto: la vecchia fotina che si teneva nel portafoglio oggi è stata sostituita da interi album su cellulare o pc, senza possibilità né di tregua né di scampo. Se un tempo morivo dalla voglia di vedere un’immagine del pupo/a ora ho paura di domandarlo, perché spesso tale richiesta degenera in un calvario di almeno 50 foto tutte uguali tra loro (avete in mente quando si fotografano i cani?), spesso arricchite da cartonati di parenti vari tutti accomunati dalla stessa espressione idiota, quando magari si odiano pure tra loro. Una cosa è certa: se continuate a tartassare un bimbo con il fulmicotone, prima o poi vi diventa epilettico. Ma consolatevi: avrete comunque tante immagini-testimonianza di come fosse prima dell’inizio delle crisi.

Parola numero cinque: eredità genetica. La cosa più raccapricciante di un coglione che si riproduce è il modo in cui educherà i figli. Se lo scenario che i bambini si troveranno davanti ogni giorno sarà quello di uno smidollato che si fa schiavizzare dalla moglie bisbetica, incapace di dire un solo no sia a lei che ai figli… beh, forse il prodotto finale sarà persino peggiore di quello di partenza. Evviva i preservativi.