Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: libertà

Una versione migliore

Ci lasciammo che era quasi San Valentino. Ironico, no? Sarà pure una ricorrenza stupida e inutile, ma di certo finire una storia appena due giorni prima non è tra i dettami del vademecum del tempismo.
Di quella sera conservo un ricordo confuso ma anche nitido, ché il dolore – col tempo – più che ferite lascia insegnamenti, delle strade da percorrere diversamente, o da non calpestare mai più. Ricordo vividamente il freddo di febbraio nelle ossa, le lacrime bollenti, il respiro che viene a mancare tra i singhiozzi, i sogni fatti a pezzi, la mia incredulità.

Più di tutte, però, rammento un’altra cosa: un labile, sottile, sotteso senso di libertà. Silenzioso, ma già più forte di quel male al cuore. L’istinto di sopravvivenza che arriva alla fine di un incubo, anche quando lo chiamiamo “amore”. Ricordo i passi verso casa in apnea, tre piani in ascensore tremando, il soprabito ancora addosso mentre mi siedo sul letto a fissare il vuoto col cuore scavato. In quel momento, in cui forse avrei dovuto disperarmi e tenere la testa voltata indietro, la mia mente era in preda a quattro pensieri in loop, sbocciati in un istante – senza che me ne accorgessi – dalle radici di quel dolore.
Ho voglia di tornare a studiare.
Ho voglia di partire.
Ho voglia di pensare a me.
Ho voglia di essere felice.

Vivere: di questo avevo urgenza. Togliermi le catene che m’ero messa da sola tutte le volte che non avevo detto no, che non avevo avuto il coraggio di andarmene, che non avevo ammesso a me stessa di aver idealizzato un uomo orrendo. Che non mi ero perdonata per essermi privata di ciò che meritavo senza proteggermi, fino a quando la mia pelle di porcellana – bianca come la purezza – era divenuta grigia e spenta.
Ero brutta, e infelice, e banale, “per amore”.

Di quella sera, oggi ricordo l’esatto istante in cui ho sentito che c’era un mondo intero da scoprire, fuori e dentro di me. Che la vita era altro, e a un passo dai miei occhi. Che chi ti ama non ti cambia, se non in meglio. Che la fuga è molto più nobile di quanto si creda, e andrebbe cavalcata più spesso. Che l’audacia di cambiare ripaga sempre. A due settimane da quella fine avevo già affittato una piccola casa tutta mia: lì dentro ho progettato viaggi a Hong Kong, Taipei, Seul, New York, Pechino, Shanghai, Santorini; ho ospitato amiche e amici da tutta Europa; ho cominciato a studiare spagnolo, per imparare qualcosa di nuovo; ho scopato ragazzi conosciuti poche ore prima, e quelli che volevo sedurre da una vita; ho fatto tutto ciò di cui avevo voglia, tenendo fede alla promessa di quella fredda sera di febbraio, su quel letto.
Ho vissuto, ogni giorno. E quando il tempo ha rimarginato del tutto le ferite, ho vissuto ancor di più. Fino a quando, oltre due anni dopo, sono tornata ad amare. Stavolta scegliendo la persona giusta.

Annunci

Libertà ritrovata

Si pensa sempre che essere pagati per fare qualcosa che ci piace sia una grande fortuna, il lavoro della vita. Non è così, non sempre.
È dall’età di sei anni che mi dicono che sono brava a scrivere, ma io non ci ho mai creduto tanto. Certo, so esprimermi meglio della media dei redattori dei magazines italiani, ma non basta così poco per supporre di avere un qualche ‘talento’, cosa che tra l’altro manco m’interessa. Non me ne è mai fregato nulla di essere letta da qualcuno, ho sempre interpretato la scrittura come un bisogno personale, nato da me e rivolto a me. Non cerco virtuosismi stilistici o effetti speciali, mi limito a trascrivere i miei punti di vista così come sono, senza filtri. Ecco, ‘senza filtri’ è la definizione che mi si addice di più: è così che che parlo, che digito, che twitto, che mi creo amici e nemici. Senza pentimenti.

Fino a un paio di settimane fa venivo pagata per scrivere – tra le altre cose – un blog a sfondo sessuale. All’inizio mi sembrava divertente essere retribuita per dire la mia (ammesso che una somma che non ti cambia né la vita né la settimana possa definirsi retribuzione), era come il lavoro giusto per la persona giusta. Mi sbagliavo. Quando si redige su committenza – anche se si affronta l’argomento più interessante del mondo, anche senza particolari limitazioni espressive – si scivola pian piano in un’impercettibile prigionia. Scrivere per dovere e non per piacere snatura la scrittura stessa, quel gaudio ‘autobiografico’ che provano le persone come me, logorroiche e colme di pensieri, quando mettono nero su bianco un’idea, alleggerendo il sovraffollamento emotivo che le contraddistingue. Se ci si ritrova a scrivere di un solo tema, dovendosi calare in un autore one track minded che non sa far altro che parlare sempre delle stesse cose, la questione si fa identitaria: le parole vendono un personaggio che somiglia sempre meno a chi sta scrivendo, proiettandone solo una sfaccettatura a scapito di tutte le altre.

Ho parlato di sesso e uomini per due anni, con ironia, con accanimento, con passione, con ferite ancora da rimarginare, con sensualità, con cinismo e disillusione. Sottoscrivo tutto ciò che ho postato in quel tempo (e che ho qui annoverato nella categoria “Vecchia roba retrodatata”), ma adesso ho voglia di cose nuove, spontanee, variegate. Ho voglia di me. Che si tratti ancora di lamentele indirizzate al sesso forte, di riflessioni esistenzialiste o dei ritratti delle persone che mi hanno cambiato la vita, ora sono libera di scrivere ciò che voglio, in uno spazio finalmente sobrio dove poter essere più di una semplice ‘dea del sesso’.