Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: incomprensioni

We did it

È la vigilia di Natale. Dicevano che avrebbe nevicato, invece a Milano non fa nemmeno freddo. L’elettricità nell’aria è appena percepibile, sembra un giorno come gli altri per chi non è più bambino. Persino per me che continuo ad aprire le caselle del calendario dell’avvento nella speranza di sentirlo ancora, il Natale.

L’appuntamento è IN via Vittorio Veneto per me, A via Vittorio Veneto per lui. Chissà poi chi usa la preposizione giusta.
Sono le cinque ed è già buio. Lo è da anni, tra noi.

Non lo vedo dal giorno in cui mi abbandonò sul pianerottolo di Roma, scalza e sgomenta. Dal giorno in cui ho capito che nessun uomo ti vorrà mai davvero proteggere.

Un negozio di fumetti, una passeggiata dietro Porta Venezia, un bar senza pretese come quelli “che piacciono a noi”, perché qualcosa di quegli anni insieme sarà pur restato nei gusti di entrambi. Non me la ricordo nemmeno la ragazza che ero quando stavo con lui, capace di essere assurdamente felice, seppur senza la serenità che ora possiedo. Come se il prezzo da pagare per la saggezza fosse rinunciare alla levità trasognata del primo amore. Quella che non torna più, che solo lui vide sul mio viso. Che è rimasta impressa in qualche foto, e dietro ai suoi occhi.

La verità, però, è che tutto questo tempo lontani ci ha reso migliori. Migliori di quanto saremmo stati crescendo insieme, migliori del poco credito che ci siamo dati disprezzandoci per anni per motivi caduti ormai in prescrizione.
Ora quando parlo mi ascolti, e se ti offro un consiglio lo afferri con cura, senza più gettarlo a terra. Ora i tuoi occhi lo riescono a vedere, il mio dolore, e tutte le ferite che mi hai lasciato e che qualcuno dopo di te ha reso piaghe da decubito, seppur senza riuscire a spezzarmi. Ora il tuo sguardo è fiero di quella che sono diventata con le mie sole forze, ed il mio è scevro di ogni rancore.

È la vigilia di Natale. Dicevano che avrebbe nevicato, invece a Milano non fa nemmeno freddo. L’elettricità nell’aria è appena percepibile, sembra un giorno come gli altri per chi non è più bambino. Prima di cena, due figure in controluce si uniscono in un abbraccio per strada, davanti a un portone. La loro pelle ha ancora lo stesso odore, anche se le palpebre reggono il peso di molti anni in più. Il cuore invece si sente assurdamente leggero mentre scarta il suo regalo inaspettato: la fine della guerra, la vittoria di quell’affetto sincero che solo chi si è amato conosce.
Ora sì, che è Natale.

Non piangere

Sono passati due anni, più o meno. Ma si sa, i ricordi ridono in faccia al tempo.
Faceva caldo, quasi come oggi, di quel caldo che piangere o sudare è un po’ lo stesso. E io piangevo, eccome se piangevo. E no, non era lo stesso.
Era la disperazione di chi vede sbriciolarsi ogni speranza, di quando senti di aver sbagliato ogni mossa che ti ha condotto a quel giorno, a quel letto, mentre dalla finestra aperta filtra il rumore del traffico rendendo ancora più acuti gli interminabili silenzi tra i vostri sguardi.
Fammi vedere il telefono.
Voglio leggere quei messaggi.
Si vede che non sei onesta.
L’ennesimo sospetto, l’ennesima illazione, l’ennesimo attacco frontale. La gratuità del Male, a bastonarmi l’anima.

Ci sono atteggiamenti che trasformano valori universali come la correttezza in qualcosa di sporco, di sbagliato. Anche se ti comporti bene, anche se sei perdutamente devota, per chi ha paura di amarti non sarà mai abbastanza. Un tribunale continuo, ecco dove ti intrappolano certe relazioni. Fino a quando pensi che allora restare al suo fianco non sia servito a nulla. Fino a quando ti mancano aria, respiro, parole, forza.
E, semplicemente, crolli.

Piangevo come se il mondo stesse per finire, padrona di un corpo che tremori e spasmi allo stomaco rendevano irriconoscibile, dilaniato dal panico che solo le angherie inflitte da chi ami sanno originare. Piangevo come estrema richiesta di aiuto, pur sapendo che – come sempre – sarebbe rimasta inascoltata.

 
È stato lì che è successo.

 

Inaspettatamente, per la prima volta l’aguzzino ha scelto di fermarsi, anziché abbandonarmi tra i cocci dei suoi bombardamenti. Mi ha guardata come fossi – e lo ero – la cosa più fragile del mondo, e con il gesto più umano che avessi mai visto ha portato la mia testa tra le sue braccia, facendo del suo petto il nostro terreno di pace.
Non piangere, sussurrava.
L’ha ripetuto più volte, lentamente, quasi a carezzare le mie lacrime col tono soffuso di quelle parole. L’ha detto fino a quando ho smesso, fino al sopraggiungere della calma irreale di chi sopravvive a un disastro.
Lo fotografiamo tutti, l’arcobaleno che si staglia sul più nero dei cieli.

Non so, né saprò mai, se quelle parole fossero sincere o opportuniste. Quel che so è che erano le sole giuste da dire. E più ci penso, più capisco una cosa.
Forse quelle come me – imperfette, instabili, dall’anima tanto livida quanto colma di amore – non cercano dichiarazioni da romanzo rosa, promesse pirotecniche, il miraggio di un domani in cui – se tutto va bene – essere felici. Ciò che vogliamo è semplicemente qualcuno che riconosca il nostro dolore, oggi. Che non lo tema, né abbia paura di prendere tra le braccia tutto il nostro carico di insicurezze. Che sia misericordioso, prima ancora di “innamorato”.
E che sussurri al nostro cuore, per tutta la notte, due semplici parole. Facendoci scorgere, senza bisogno d’altro, un domani migliore.
Non piangere.