Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Tag: incoerenza

Senza titolo

Senza titolo, come una persona che non sai definire in una parola sola.
Come due occhi che vedono bellezza in tutto, ma non si fanno toccare da niente.
Come una marea di convinzioni prepotenti ma destrutturate, che s’invertono e contraddicono a ogni sorgere di luna lasciandoti solo due strade: credere a tutto ciò che esce da quella gola o non credere a nulla. Cercare la Verità nell’immediatezza di un istante insieme, oppure perdere ogni certezza nella sua estensione. In entrambi i casi, senza porsi domande.

Non me ne sono posta dinanzi al sorriso soddisfatto che mi ammirava gustare – gioiosa – uno dei suoi piatti. Fino all’ultima briciola di pane tostato a cubetti, fino all’ultima noce tritata. Con poche parole, molta musica, e gli occhi quasi languidi.
Non me ne sono posta in un lunedì mattina di maggio, fuori il diluvio e in tv i cartoni animati a ovattare ogni dolore. Come quando, da piccoli, si saltava la scuola e tutto era lecito, semplice, puro.
Non me ne sono posta in autostrada a 160 km/h, cantando Lucio Battisti insieme, la musica come unica via verso la spensieratezza.
Non me ne sono posta, o almeno ci ho provato, le volte che la mia ipersensibilità è stata incompresa, sottovalutata, maneggiata con approssimazione. Quando ho capito che nessun gesto era riservato a me soltanto, bensì gettato alla costante mercé di tutti, indistintamente. Carezze sulla schiena, complimenti, sorrisi, cene a due, una canzone ascoltata insieme. Niente di permanente, niente di intimo, solo la caducità di un attimo – prima che al mio posto si sieda qualcun altro.

Volere bene è un po’ come la grafia: ognuno lo fa a modo suo. Bisogna leggere tra le righe – anzi imparare a leggere quelle righe, scritte da una mano così diversa.
O forse no, forse basta apprezzare la bellezza di un tratto, anche se delinea parole per noi intraducibili. Troppo acerbe e incostanti per raggiungere il nucleo dell’anima, ma non per questo meno vere.

Cosa sono, adesso non lo so. Sono un uomo in cerca di se stesso.

Ansia

Sembra essere lo stato d’animo più in voga al momento, la versione cool della paura. Tutti hanno ansia di qualcosa, ma soprattutto sembra che tutti ci mettano ansia. E non quella da prestazione che ormai suona quasi vintage – finalmente abbiamo capito che i cazzi mosci non sono poi così sporadici – bensì quella da irriconoscenza. Una tizia con cui sei uscito ti scrive il giorno dopo? Che ansia. Il tipo che ti sei limonata ti chiede quando può rivederti? Che ansia. La ragazza che ti scopi una volta a settimana e a cui fai promesse azzarda la richiesta di vedervi un filino più frequentemente? Che ansia. Il tuo ex ti scrive che ti pensa ancora? Che ansia.

Ora, è ovvio che al mondo esistano persone invadenti che magari non sanno riconoscere i segnali che gli inviamo – tipo “piuttosto che darla a te mi infibulo” – e che insistono inutilmente portandoci alla maleducazione, ma forse in quel caso dovremmo parlare di noia, pesantezza, persino pena. Di certo non ansia. Ho l’impressione che tra molti single della mia età si sia fatta strada la moda di dover sminuire tutto ciò che ha una parvenza o un potenziale di serietà: esci con uno, ti trovi bene, sussulti ogni volta che ti scrive, eppure devi buttarla in caciara, sentirti quasi sciocca a valutare fin da subito l’esclusività, ridurre il tutto ai minimi termini. Devo vederlo e mi viene l’ansia.

Io mi sono rotta il cazzo di gareggiare a chi mette le mani avanti per primo, di svilire la serietà, di fingere di non cercare di più di una frequentazione. Se conosco una persona, e questa persona mi piace, non ho l’ansia di uscirci né l’ansia di darle una chance, di lanciarmi. Ho l’ansia che vada a finire male, e che magari accada per colpa mia. Non temo le cose belle, ho paura di perderle.
Tutto ciò che di meglio conosco al mondo deriva dalla serietà, da un impegno: fare figli, brillare sul lavoro, mettere da parte i soldi per realizzare un sogno, scapicollarsi da una parte all’altra della città per soccorrere un amico. Quand’è che essere seri e pretendere serietà è diventato così sbagliato? In che momento abbiamo iniziato ad avere talmente paura di non piacere da non essere nemmeno in grado di ammetterlo, preferendo raggirare il problema con l’atteggiamento esasperato di chi si dichiara vittima dell’ansia?
Sarà la fretta di consumarsi, sarà l’incapacità di fermarsi, sarà che socialmente pare inaccettabile volere di più da una persona, specie se la si conosce da poco… fatto sta che mi sembra di vivere in mezzo a una costellazione di fuochi di paglia, di relazioni satellite che durano giusto il tempo di una cometa, il tanto necessario a non sentirsi né soli né brutti, per poi tornare sulla propria strada come niente fosse. Fuochi di paglia contro la solitudine, dove un mero palliativo conta più dell’antidoto: ecco come vedo molti della mia generazione vivere – anzi non vivere – i rapporti. Poco tempo fa ho confidato a uno con cui sono andata a letto che per l’età che ho e per i progetti – seppur lontani per ora – a cui ambisco, quando conosco un uomo comincio fin da subito – in una minuscola parte di me, per carità – a valutarlo come padre. Non perché io debba figliarci né perché mi stia innamorando: semplicemente so cosa voglio (anzi cosa vorrò), così come so che significa sprecare anni accanto a una persona sbagliata con cui nella migliore delle ipotesi cresceresti bambini disturbati e pieni di lacune affettive. Avrei dovuto trattenermi dal confidare questa mia tendenza a un quarantenne? Probabile. Gli è venuta l’ansia nel sentirmela spiegare? Certo che sì.

Forse il problema di fondo è che rifuggiamo la verità, sia essa che cerchiamo qualcuno con cui condividere la vita o al contrario qualcuno da usare a nostro piacimento. In entrambi i casi sarebbe tutto così semplice, e umano, e terribilmente perdonabile, se solo non si perdesse tempo a fingere il contrario. A fingerci distaccati e annoiati nel primo caso, oppure coinvolti ed entusiasti nel secondo. Come se chi abbiamo davanti non contasse mai abbastanza. Io l’ansia ce l’ho, eccome se ce l’ho, ma non la imputo a terzi. Ho l’ansia di commettere altre scelte sbagliate, di sentirmi costretta a usare inutili strategie per paura che la vera me spaventi chi ho davanti; ho l’ansia – lancinante – dell’abbandono, perché lo vivo come un’insostenibile colpa; ho l’ansia di dormire male la notte perché mi manca qualcosa che non riesco – o non voglio – mettere a fuoco.
La sola persona che mi mette ansia sono io. E che il cielo benedica i pochissimi che ci provano, con interesse genuino e buone intenzioni, a mettermene.