Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Tag: famiglia

Never forget where you come from

Quando avevo 16 anni chiesi a mia madre di andare in vacanza con le mie amiche, che ovviamente si facevano spesare tutto dai genitori. Eravamo a tavola, a cena, e io – con la superficialità tipica di quell’età – davo per scontato un sì. La risposta invece fu lapidaria: “Ce li hai i soldi? Perché io un posto dove stare d’estate te lo offro già, se vuoi andare altrove te lo paghi tu”.

Da allora ho sempre lavorato per regalarmi ogni viaggio, per fare qualche dono, per uscire, per non rendere conto a nessuno: se dovessi riassumere in una parola ciò che mi ha insegnato mia mamma, direi sicuramente l’indipendenza. Negli anni senza figli, i miei genitori riuscivano addirittura a mettere da parte un interno stipendio, conducendo una vita serena ma mai sopra le righe. Così, risparmio dopo risparmio, poco più di un anno fa, credo davanti a uno yogurt, mi hanno annunciato – senza alcun fronzolo, senza il minimo vanto, senza nemmeno un briciolo di ego – che avevano messo via abbastanza soldi per aiutarmi ad accendere un mutuo. A me, indipendente ma precaria. A me, che pur essendo una risparmiatrice incallita non sarei riuscita da sola a compiere questa impresa, nemmeno col mio sudato tesoretto. A me, che vivevo in affitto in un monolocale col riscaldamento mal funzionante e 13° d’inverno. A me, che da qualche anno non faccio che temere di non poterli aiutare abbastanza mentre diventano anziani.

Oggi questa casa accogliente, luminosa e femminile, progettata con mille scarabocchi su una planimetria che ho consumato con gli occhi, non parla solo di me. Racconta una storia, la nostra. C’è il tavolo vintage trovato in un mercatino vicino a Ivrea, che mio padre è tornato da solo a caricare sul furgone, che tanto adesso ho molto tempo libero. Ci sono i bicchieri Liberty ereditati negli anni ’70 da mia madre, che da bambina ammiravo di nascosto nel mobile da cui non li tirava MAI fuori. Prendili tu che ti piacciono tanto, io in fondo non li uso. Li tengo in bella vista, contemplandoli con gli stessi occhi dell’infanzia. Ci sono le braccia di mio fratello che carica tutte le mia scatole durante il trasloco, e porta su per cinque piani di scale le librerie, lui che soffre d’asma. C’è il mobile di due secoli fa su cui adagiarono, credendola morta, mia nonna appena nata: questa casa le piacerebbe tantissimo perché amava la luce, i letti comodi, le cucine piene di utensili. È anche grazie ai miei nonni se oggi sono qui.

I soldi sono vili, è vero, ma talvolta simboleggiano qualcosa di molto bello. In queste pareti c’è la fatica di mia mamma – che lavorava a Torino, da Milano – che ha rinunciato a qualsiasi aiuto in casa, facendo tutto da sola. Ci sono le mille cene – in cucina – dei miei genitori, che raramente si sono concessi un’uscita fuori, e che negli ultimi 20-25 anni hanno fatto pochissima vita sociale. C’è mamma che va dal parrucchiere solo quando la ricrescita si fa esagerata, che il tempo libero lo trascorre pulendo e non a qualche corso, che si sente in colpa se acquista qualcosa per sé, che dopo la menopausa ha iniziato a odiare il proprio corpo ma non ha mai pensato di andare dall’estetista o da qualche specialista, ché sono cose futili di cui si può fare a meno. Ci sono un’infinità di compromessi, rinunce, rughe e sforzi – accompagnati sempre da un sorriso – che solo da adulta ho compreso. E che hanno reso cristallino ciò che sapevo già: non esiste amore più grande.

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A mia nonna

Le tavole imbandite mi fanno sempre pensare a te, forse perché ricordo gli ultimi Natali a casa nostra, forse perché tu – come mamma – non sei mai stata una tipa da tovaglietta americana, da pasta servita nel piatto piano, da posate per la frutta grandi quanto quelle di primo e secondo. Forse perché, semplicemente, amavi mangiare: l’hai fatto con gioia, fino all’ultimo, e me l’hai pure insegnato, nonostante i miei problemi di salute infantili, l’inappetenza cronica, il sottopeso che mi ha accompagnata per anni. Ricordo le tue mani che giocano con le briciole sulla tovaglia a fine pranzo, abbassando lo sguardo tra un discorso e l’altro: le toccavi con pollice indice e medio, le spostavi col coltello muovendo il braccio fasciato in uno dei tuoi eleganti cardigan colorati. Ricordo le pastiglie da passarti a colazione, pranzo e cena (ogni estate, in montagna, dovevo ripassare la posologia per non confonderle) e il modo in cui, una volta appoggiate sulla tavola, si mimetizzavano col colore del tessuto. Ricordo il momento del caffè, che tuttora non bevo, e la goccia nella zuccheriera che trasformavi in una dolcissima gemma ambrata con cui viziare il mio palato.

Ho sempre saputo che mi saresti mancata, ma non avevo capito che crescendo sarebbe stato peggio. Che avrei guardato con invidia tutti i miei cugini maggiori che ti hanno avuto accanto prima di compiere le scelte più importanti delle loro vite. Che hanno trovato in te quelle risposte che i nostri coetanei non possono darci, e che ascoltiamo meno volentieri quando hanno il suono della voce dei nostri genitori. Mi guardo indietro, di pochi anni, e vedo tanti errori che – chissà – forse con i tuoi consigli avrei evitato. Ti immagino in salotto, seduta sulla tua poltrona dallo schienale alto – la stessa che oggi, rifoderata, accoglie le mie terga nella casa al lago – a spiegarmi in poche, chiare parole che certe persone, specie di sesso maschile, semplicemente non ci arrivano. A fare spallucce, come a dire poverini, ma di che stiamo parlando. Tu che a nonno – che pensava che volessi essere portata presto all’altare – rispondesti “Ma chi te l’ha chiesto?”. Tu che durante la guerra sei sfollata lontana da casa, portando avanti due gravidanze, e mai hai parlato di quel periodo come di una cosa dolorosa di cui lamentarsi. Certo, eri di un’altra generazione. Certo, erano altri tempi. Ma anche nel Nuovo Millennio la tua forza si è dimostrata cosa rara, tanto che quando – occasionalmente – scorgo parte del tuo animo pragmatico e incrollabile in me mi sento miracolata, e penso che allora forse non ho sbagliato tutto nella vita.

Potrei andare avanti all’infinito, e raccontare di come tu amassi i film privi di sesso e volgarità, ma anche le battutacce a doppio senso da osteria. Di come, durante i canti, la tua voce a messa svettasse sopra quella di tutti, anche se io la ricordo con più trasporto mentre intona la melodia di “What’s up?” dei Four Non Blondes. Della tua repulsione per ciò che era integrale, e per lo yogurt che ai tuoi tempi aveva le bestioline vive dentro. Di come non avanzassi mai nulla nel piatto, del profumo delle pietanze che finché hai potuto hai cucinato per chiunque venisse a sedersi alla tua tavola, dove l’acqua era rigorosamente frizzante: cipolle ripiene, pesche al cioccolato e amaretto, arrosto, risotti di ogni sorta. Il Piemonte, tutto in una donna sola.
Di come, infine, mi sia sdraiata accanto a te sul lettone, l’ultima volta che ci siamo viste. Mi hai sorriso e con la voce un po’ da bambina – come capita spesso agli anziani pur quando rimangono lucidi come sei sempre stata tu –  hai esclamato “L’amore mio!”. Su quel cuscino mi addormento ogni sera, sperando che i miei sogni siano sempre anche i tuoi.