Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

My funny Clementine

In Fondazione Prada c’è questo lettino per bambini con dentro delle mele che mi hanno ricordato Pieces of a woman, il film dove Vanessa Kirby vede morire la figlia appena partorita, riuscendola a stringere a sé solo pochi istanti prima della fine. “Profumava di mela”, dirà con lancinante tenerezza quando troverà la forza di parlare di lei.

Vista la brevità della mia unica gravidanza non potrò mai conoscere, nemmeno immaginare, che profumo avrebbe avuto la creatura che provò ad abitarmi. Ma se chiudo gli occhi e ripenso a quei mesi d’autunno ricordo l’odore dolce ma pungente, e il colore brillante, delle clementine. Clementine in frigo, clementine in borsa che “ricordati di mangiare”, clementine offertemi in banca dalla consulente premurosa. Clementine davanti alla tv, a letto, per strada, sciocchi antidoti arancioni contro un epilogo già scritto.

Abbiamo sempre immaginato che sarebbe stato un maschio, non so perché. Ma ieri davanti a quel lettino, lambito dalla luce nello stesso modo in cui il sole avrebbe illuminato una culla dentro casa mia, ho pensato che forse si trattasse di una femmina. Un’amica, più che figlia, una sorella che mi ha fatto il dono più prezioso: poter tornare a vivere libera. Che con la sua repentina dipartita mi ha salvato da uno strazio imperituro, da un destino di costante abnegazione nel tentativo di proteggerla, dal sacrificio di ogni cellula del mio corpo – e ogni istante del mio tempo – fino a scomparire. Cosa resta di noi se non possiamo più essere? Se diventiamo solo madri, poi madri maltrattate, poi madri single, vedendo ogni porta chiudersi contro i palmi delle mani?

“Signora, so che è indelicato da dire, ma perdere quella gravidanza è stata una benedizione”. Lo so, dottoressa. La verità è che l’ho sempre saputo. E ora, in questo spazio di vita in cui non conosco più l’angosciante dolore del bilico, so che quel sole in casa serve a illuminare me.

La candidata si descriva in 8 parole [tempo #2]

Da qualche parte dentro di me permane un diario di bordo che dal Giorno 1 non l’ha ancora smesso di contare, il tempo. Un tempo inafferrabile che si disperde come cenere al vento, proiettandomi nella vita che desidero ma rendendo anche tutto il resto irrimediabilmente piccolo nel lunotto posteriore.

Un tempo che racconta la fretta per quello che è: un groviglio di compulsioni soffocanti che conducono a una sterile in-felicità. Quanta fretta che avevo, una volta. Di negare, di scopare, di partire, di tornare. Non averne più, imbracciando il coraggio della fermezza, è il più grande regalo che io mi sia fatta.

Ogni mattina mi sveglio ad ammirare la luce dell’alba riempire gradualmente le stanze di casa, e con loro il mio oggi. Il silenzio della città ancora addormentata mi anestetizza, mi lenisce, mi descrive. Quando non c’è dolore, io sono questo: la pace di una solitudine piena di sole.

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