Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Venere e Merda

Galleggio in mezzo al mare. La spiaggia è a poche bracciate da me, così vicina da poter vedere i sorrisi dei bambini che giocano con la sabbia e i colori delle spugne stese al sole. Sento persino i gridolini delle ragazze che vengono buttate in acqua dai loro amati. Non vedo l’ora di raggiungere quell’apparente oasi di luce e pace, quella fetta di mondo ricca di sguardi spensierati e profumo di semplicità. E allora nuoto, nuoto con tutta me stessa, nuoto fino a sentire il cuore scoppiare, eppure – nonostante il mio impegno, nonostante io ami le sfide, nonostante meriti una vittoria – resto sempre dove sono. Immobile, disorientata, terrorizzata dall’idea di annegare proprio a un passo dalla felicità.

Da giorni – forse settimane – nuoto inutilmente contro una corrente che trascina via ogni mia speranza. Qualsiasi cosa io faccia si rivela sbagliata. Qualsiasi sforzo, inutile. Un tribunale speciale – che non conosce le leggi del cuore – mi giudica sempre colpevole, solo perché donna.
Io non so se sia vero che maschi e femmine sono diametralmente opposti e inconciliabili, so solo che finché qualcuno cercherà di prevalere sull’altro avranno perso entrambi. Non c’è tempo per “avere ragione” in questa vita, per ferire prima di venir feriti, per deturpare un amore puro e speranzoso trasformandolo nel palcoscenico di inutili recriminazioni. Per chiedere senza dare.

Il problema, nelle coppie, non è bisticciare. Non lo è mai stato. Il problema è farlo sempre per gli stessi motivi, senza vedere da parte dell’altro né un solo passo in avanti né l’intenzione di proteggere quel fragile amore da tutte le cose più stupide che possono intaccarlo, in primis le paure di entrambi. È come se a un certo punto si smettesse di nuotare verso la riva, verso i sogni di una vita insieme.
Dopo la rabbia, dopo la disillusione, dopo la delusione, resta solo la stanchezza. Perché amare senza ricevere la stessa intensità di attenzioni e comprensione, dare spiegazioni senza che nessuno ti creda, trascorrere ogni istante con l’ansia di uno spietato giudizio gratuito, nuotare contro una corrente che non ti fa avanzare di un solo centimetro privandoti di ogni positività, è quanto di più sfiancante io conosca.

Io non so come si faccia a far capire a un uomo la grandezza del sentimento – fedele e incondizionato – che si prova per lui. So solo che a me ne basterebbe la metà per sentirmi la persona più al sicuro del mondo.

Abbiate il coraggio di amare. O perlomeno di ammettere che siete troppo spaventati per farlo fino in fondo.

Identità migranti

“Ti conosco forse meglio di quanto tu conosca te stessa” ha sentenziato ieri colui che ha dipinto di me un ritratto per nulla corrispondente all’originale. Di quelli che a furia di rifinire i dettagli diventano un impasto senza bellezza né tecnica. Che avrebbe potuto disegnare un estraneo.

Per riuscire a raggiungere la complessa semplicità che mi caratterizza oggi ho attraversato una strada a volte buia e troppe volte ostacolata dall’autolesionismo. Ma è servita a evolvere, a stancarmi delle cose brutte, a migliorarmi per meritare quelle belle.

Agli uomini che in futuro sceglieranno di giudicare, analizzare e ridurre ai minimi termini una donna – cercando di negarne il valore – consiglio un semplice atto di coraggio: fermatevi e chiedetele aiuto. Il suo cuore farà il resto.

Sono quella a cui basta un regalo da un euro per sentirsi la donna più corteggiata del mondo.
Sono quella che aveva la camera piena di peluches per sentirsi coccolata.
Sono quella che come password del computer usa il soprannome tenero con cui la chiama suo fratello.
Sono quella che all’alcol preferisce una tazza di tè caldo alla menta.
Sono quella che ha paura di stare a casa da sola la notte.
Sono quella che quando ha la musica nelle orecchie canticchia ogni canzone senza neanche accorgersene.
Sono quella che si commuove se la sorprendi coi suoi cioccolatini preferiti.
Sono quella che si sente una regina se la porti a cena al cinese in un giorno feriale, o a prendere un caffè al bar a metà pomeriggio.
Sono quella che preferisce arrivare in ritardo a lavoro pur di accarezzare e baciare il viso dell’uomo che ama prima di uscire di casa.
Sono quella che ha sempre freddo e si rintana sotto il piumone dopo aver fatto l’amore.
Sono quella che si prende addosso la cattiveria dell’altro per consentirgli di sentirsi meno debole. Che ti abbraccia nonostante tutto.
Sono quella che pesa ogni parola, che non si vergogna di parlare col cuore, e promette solo ciò che può e vuole mantenere.
Sono quella che davanti alle ingiustizie si dispera come una bambina.
Sono quella che ha il coraggio di difendere un amore in cui crede, innanzitutto dalla propria paura.
Sono quella che anche mentre la ferisci si preoccupa per te, che non lascia alla rabbia l’ultima parola mentre ti dice addio.
Sono quella che non sognava altro che una vita fatta di patate al forno, film da guardare al pc e confidenze nella penombra di un bagno caldo insieme.

Sono quella che stanotte lontana dalle sue braccia penserà di soccombere, ma che domani – proprio perché lontana da lui – saprà rinascere.

Never forget where you come from, diceva Francesco.

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