Alice Ayres

You can't rely on other people to make you happy

Categoria: Alice

Va bene così

Le cose che ti piacerebbero. Le noto ancora, ogni tanto. Con i tuoi occhi.
Mi hanno fatto compagnia a lungo in passato, malinconicamente. Ora mi sfiorano con timidezza, lasciando addosso il calore tipico di quando ci si sente guariti da qualcosa. Dal lutto, per esempio, ché per me eri come morto e per troppo tempo mi ero ostinata a sentirti ancora accanto, a cercare il nostro amore, il solo a essere morto per davvero: accanimento terapeutico, il nostro, direbbero alcuni. O forse solo folle passione. Ma non ha importanza, oggi: i segni del nubifragio non sono più visibili, tutto è stato ricostruito – ridipinto, reinventato – più bello di prima, lenendo le ferite. Ora il sole splende su questi tetti, ed esalta il rosso acceso con cui i bambini li disegnano quando la maestra gli insegna a scrivere “CASA”.

Ora che sono io a sentirmi a casa, qui in me stessa, nella meravigliosa serenità della solitudine scelta.
Ora che ho la superiorità, persino la fierezza, di sorridere senza rimpianti per ciò che siamo stati, di godermi al posto tuo, assaporandoli doppiamente, i momenti che so – come forse nessun’altra mai saprà – che ti soffermeresti ad apprezzare: dettagli, sfaccettature, riverberi di Vita, quella che da mesi ha rispettivamente preso la sua strada. Lontana da te e da tutti – senza più timore di aver sbagliato direzione – ci sono io, e mi vedo bellissima.
Quanto si cresce, dopo lo strazio della delusione. Quanto si cambia se si sbaglia tutto. Quanto si diviene autosufficienti, per merito e colpa di chi ci ha feriti. E allora forse dovrei dirti grazie, perché solo nuotando attraverso la tua impaurita cattiveria – solo rischiando di annegare – sono approdata qui, sulla sponda che volevi farmi credere irraggiungibile. E invece eccomi, consapevole e indistruttibile come mai sono stata.

Zeppe

Le avevo comprate in Monte Nero, in un negozio segnalato da una collega. “Vai lì che costano poco e sono carine”, aveva detto. Ero uscita presto da sola, a piedi lungo la vecchia darsena, per poi costeggiare Viale Bligny e ancora Sabotino. C’era il sole ed ero contenta: era un sabato mattina normale, in cui uscire di casa senza – stranamente – l’ansia di lasciarlo a fare chissà cosa, a scrivere chissà che a chissà chi. Per rincasare avevo preso il 9, con il sacchetto appoggiato scrupolosamente sulle gambe e quella stupida contentezza di quando si riesce a spendere due soldi per sé, dopo tante rinunce. Di quando vorresti fermarti a comprare il pane in un forno nuovo solo per assaggiarlo e valutarlo insieme a lui – complici di golosità – oppure passare al mercato a scegliere i pomodorini più invitanti che ho proprio voglia delle nostre bruschette. Di quando sorridi aprendo la porta di casa (per le commissioni brevi mi era permesso prendere il secondo mazzo di chiavi) nell’attesa di rivedere il suo viso. Nella speranza che non sia di malumore, che ti accolga con una frase dolce. Che quel sabato mattina di sole sia perfetto per davvero, non solo nella tua testa.

Piacevano le scarpe sobrie, a lui. Gli piaceva che la sua donna non fosse appariscente, salvo poi girarsi a guardare tutte le altre, facendoti sentire sempre una fila indietro nella platea delle sue fantasie. Ogni volta che tiro fuori le zeppe – le uniche, peraltro – rivedo davanti a me la stessa scena: lui che dice che mi stanno bene, che non sono male, io che soddisfatta della sua approvazione ripongo con cura il sacchetto all’ingresso. Ripenso alla passeggiata insieme, dopo pranzo, verso la sua libreria preferita: io mi facevo attirare dalle copertine in bella vista dei volumi del momento, dalle loro pagine ruvide e corpose; lui andava certosinamente alla ricerca del titolo preciso di qualche autore americano. Mentre si avvicendava tra gli scaffali, prima che lo accompagnassi al bar a prendere un caffè – talvolta uncaffèeunabottigliadiacquanaturale – restavo a osservarlo tra un corridoio e l’altro, il mio sguardo come una sapiente carrellata alla Sorrentino: lui, così vicino e così lontano, io così scioccamente innamorata. “Il mio lettore”, pensavo a volte tra me e me in quegli istanti, ché addormentarsi con la testa sul suo petto mentre leggeva un libro metteva a tacere ogni ferita, persino quelle inflitte da lui.

Era un sabato di sole, di saldi, di meritata leggerezza. Quel sacchetto all’ingresso l’ho portato via di corsa, esasperata e rabbiosa, sbattendo la porta: l’ennesima illazione, l’ennesima scena muta, l’ennesimo attacco senza fondamenta, l’ennesima messa in discussione della purezza del mio sentimento. Crudele, come la paura di lasciarsi andare. Come la pretesa di avere una compagna a tratti invisibile per potersi concedere il lusso di notare tutte le altre.
Non le indosso quasi mai. Perché ogni volta che provo a calzare quelle scarpe con la zeppa mi torna in mente quanto sia facile, quando non si ama, rovinare una giornata di sole.

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