Alice Ayres

NEVER REPRESS YOURSELF

Mese: febbraio, 2014

Siamo soli

Ho messo lo smalto turchese sulle unghie limate, i pantaloni eleganti che mi hai regalato, le scarpe col tacco e una delle tue magliette preferite. Come stai bene, dicevi raramente. Mi sono fatta bella per te, bella per il dolore, perché la sola dignità che ci resta quando la sofferenza ci dilania è quella estetica. È guardarsi allo specchio e pensare che in qualche modo si riuscirà ad andare avanti.

Avanti. Troppo avanti. Ecco dove siamo finiti. Come quando compri un libro che non ti fa impazzire ma ti senti in colpa se non ne termini la lettura. Come quando vorresti dire basta, se non fosse che quella parola rappresenta la sconfitta più grande che puoi immaginare, ché perdere la persona a cui hai dato tutto – troppo – non può succedere. Non può finire così. Non può finire e basta. Nemmeno quando il sesso alla dolcezza ha sostituito l’irruenza, e “fare l’amore” quasi non te lo ricordi più. Io me lo ricordo com’era sentirti mio, così come si rimembrano le gioie dell’infanzia e tutte quelle cose che la realtà ha trasformato in sogni infranti.

Avanti. Troppo avanti persino per sperare – solo sperare – di vedere ogni tuo capello nero diventare bianco, o farmi prendere in giro per tutte le rughe che il tempo avrebbe inevitabilmente portato sul mio viso. Quel viso che i tuoi occhi sospettosi sembravano non conoscere mentre lasciavi che finalmente nessun ‘noi’ occupasse più la tua vita. Mentre guardavo le mie unghie curate e colorate pensando a quanto fosse grottesco essersi preparata con cura per l’ultimo unilaterale atto di un amore tanto doloroso, fatto di piccoli tesori che scorderai già domani, quando la tua ostinata vittoria dell’uomo sulla donna ti avrà regalato il trono della più misera delle libertà.

Libero. Libero di non rendere conto a nessuno. Libero di non temere più per l’incolumità del tuo onore. Libero di non doverti sforzare in niente se non nell’indulgenza verso te stesso. Ho sempre pensato che la memoria storica di un amore stia tutta nei ricordi commossi delle donne, ed è lì che la sento, dietro a questi occhi che – guardandoti – scioccamente vedono ancora  un uomo irrinunciabile.

We saw this coming. We did. Ma io non potevo, non riuscivo. Io non volevo. Che te.

Annunci

Mirror

L’ho guardato attentamente. Ho sentito il suo odore, il calore, soprattutto il gelo. Dopo un orgasmo la percezione è più vivace, è come se venire significasse vedere, avvicinandomi alla Verità. Ho osservato il nostro letto come mai prima. La costante penombra che non lo illumina mai abbastanza. Le lenzuola macchiate di sborra e lacrime. Ho pensato che fosse il simbolo perfetto di questo amore im/possibile, il giaciglio delle promesse che non si manterranno, dove il sesso più intenso sembra dire «addio» ma anche «resta», e gli abbracci nella notte sono l’unica dolcezza che ci rimane. Dove sentirmi troppo spesso sola al risveglio, e commuovermi ripensando a tutti i sorrisi che coloravano questa casa che ho sempre sentito ostile, nella cruda consapevolezza che nulla sarebbe mai stato nostro, neanche il letto a cui né il mio corpo né il mio cervello sentono di appartenere.

L’amore è uno scontro di differenze, è la paura che l’uomo davanti a te confonda la condivisione con una prigione, ché per fare entrare qualcuno nella propria vita fino in fondo non basta un ‘Ti amo’. Ci vuole una gioiosa, straripante, coraggiosa arrendevolezza di cui scopro gli uomini sempre meno virtuosi, privandomi pian piano io stessa di questa capacità, inabile come sono ad accettare che sarò eternamente infelice fino a quando continuerò a sperare di essere amata come vorrei. Nell’esatto modo in cui amo io.

La cosa peggiore di venerare troppo se stessi è che nessuno reggerà il paragone con la nostra presunta e infondata perfezione.