Solleva tutto

di Alice Ayres

Oggi ripulendo la casella Gmail mi sono imbattuta in questa mail scritta qualche mese fa. L’avevo chiamata “Solleva tutto”, perché ciò che stavo facendo nello scriverla – e che speravo facesse anche lui leggendola – era alzare in alto le braccia, restare immobile, interrompere ogni attacco, impedire a rancore e orgoglio di armare di nuovo le mani. O le parole. La incollo qui, perché credo che se alcuni occhi non hanno saputo cogliere la Verità del mio cuore, altri lo faranno.

data: 28 ottobre 2015 18:04
oggetto: Solleva tutto
proveniente da: gmail.com

So che non dovrei premere il tasto invio e al tempo stesso so che lo farò.
Stavo chiudendo il computer a lavoro in vista della lezione di spagnolo, con Youtube nelle orecchie che in modalità “riproduzione” proponeva una serie randomica di brani. Avevo appoggiato le cuffie per rispondere a una telefonata, e quando le ho rimesse la musica era cambiata di nuovo… e ho udito questa.

https://www.youtube.com/watch?v=UDVtMYqUAyw

La sento, e apro Gmail e ti scrivo, perché non posso fare altro che ricordare, spontaneamente, mentre piango e sorrido. Mi commuovo sempre per certe cose, e tu lo sai. Sei il solo a saperlo in verità.
Hai detto che ritornare ad avere contatti ha sempre portato “alla merda”, lo hai detto tu, al telefono, ma io non sono d’accordo e queste note me lo confermano. Io me la ricordo quella sera, il cinema gremito, gli occhi all’insù verso lo schermo, l’emozione del film scavalcata solo dalla gioia di vederlo insieme a te. Ricordo la tua mano che teneva la mia, entrambe adagiate sulla mia coscia: mi ero vestita bene, come piaceva a te, volevo essere la donna giusta – o forse a modo mio lo sono sempre stata, ma non abbastanza, e viceversa tu. Mentre guardavo quel film così magnetico, che ci portava a pensare alla vita e alla morte, all’amore e alla solitudine, all’universo e ai massimi sistemi, pensavo che ti amavo ancora, che non avevo mai smesso, che quella sensazione così grande mi faceva una paura tremenda, ma non abbastanza da non volerla assaporare. Ti amavo ancora per le nostre affinità elettive, per il modo in cui ci siamo guardati ogni volta che non siamo riusciti a odiarci e per tutte le volte che siamo morti e rinati insieme nell’abbraccio dei nostri corpi nudi. Ti amavo per le emozioni forti, strazianti, che solo noi abbiamo saputo donarci, per le cene fuori – che tutt’oggi non riesco a replicare con nessun altro – in cui sederci ai lati contigui del tavolo, per il brodo vegetale che mi cucinavi e i bagni insieme nella vasca e le passeggiate la domenica e il naso dentro al mio orecchio di notte, per le poche volte in cui mi chiamavi “amore”.

Ho atteso sei mesi che mi dicessi che mi amavi ancora. Sei lunghi mesi in cui ti ho aspettato senza chiedere nulla, in cui sono rimasta al tuo fianco in un momento molto difficile, in cui non avrei voluto essere da nessun altra parte al mondo, non senza di te.
È come per le calze, sai. Quelle mie che odiavi. Hai passato mesi – anni – a elargire pessimi commenti sui miei collant, a farmi sentire sporca e in difetto benché quel vestiario non togliesse nulla a ciò che provavo per te, a ciò che volevo offrirti. Poi un giorno a casa mia, forse alla nostra seconda uscita dopo Interstellar, mentre indossavo dei collant neri semplici sotto a una gonna, hai detto: “Ecco vedi le calze così secondo me ti stanno benissimo”. L’hai pronunciato con tono sincero, con lo sguardo in ammirazione. E io mi sono sentita bella, al sicuro, tua. E da quel giorno le calze che tanto odiavi non le ho quasi più indossate perché da allora mi sono vista in una maniera diversa, più vera. Sai, ho sempre cercato – sperato – questo da te: parole morbide che mi conducessero con dolcezza verso una versione migliore di me. E migliore per te. Senza insulti, senza aggressività, senza giudizi, senza silenzi che scavano il cuore come armi.
Ho aspettato per sei mesi. E anche se non è successo, anche se quell’impegno ad alta voce non l’hai voluto prendere, per me sono stati mesi ricchi di momenti splendidi che non dimenticherò, dove ho potuto altresì intravedere la versione migliore di te. Quella che ho amato alla follia, e che ancora cerco di notte.

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