Orologio bio(il)logico

di Alice Ayres

Nel mondo intorno a me vedo orbitare tre categorie di donne: quelle che non vogliono figli, quelle che li vorrebbero, e quelle che li vogliono in modalità “imperativo categorico”. Consiglio da amica: se avete ancora un organo genitale funzionante e qualche migliaio di spermatozoi pronti all’uso, evitate accuratamente le ultime.

Io non sono contro la procreazione, figuriamoci. Mi commuovo davanti ai pancioni, mi appassiono pure alle gestazioni delle sconosciute e provo stima per tutte le ragazze che, dinanzi a una gravidanza non programmata, decidono di tenere il pargolo in questione col coraggio di chi sa che la sua vita cambierà per sempre e non necessariamente con l’appoggio dell’impollinatore di turno. Tuttavia non approvo affatto l’accanimento di quelle donne che, vuoi per colpa di quel simpaticone dell’orologio biologico, vuoi per noia e solitudine (sì, è proprio così!), decidono che partorire un essere umano diventi la priorità più impellente delle loro esistenze, no matter what. Se è giusto e sacrosanto che una donna debba decidere autonomamente dell’interruzione di una gravidanza indesiderata (anche se non sempre lo svolgimento pratico di tale scelta, ad esempio nella nuova forma di pillola RU486, scorre liscio come l’olio), non trovo invece altrettanto legittimo che una donna sapiens, soltanto perché dotata di utero, possa stabilire di (sovra)affollare il pianeta per un suo “capriccio”.

Uno dei pregi del sesso femminile, a differenza di quello maschile, è la perseveranza e l’organizzazione nel rincorrere un obiettivo. Talvolta però questo diventa anche un difetto, qualora tutto lo sforzo e la superiorità delle donne vengano incanalati in una “questione di principio” che, in realtà, non riguarda affatto solo noi e i nostri ovuli. Ne vedo a decine: donne single, magari ancora arenate nel lutto di un grande amore finito, che a un certo punto del loro percorso, spaventate dall’idea di non poter più dare a un altro uomo il tipo di amore irripetibile e totalizzante di cui si sentono capaci – nonché terrorizzate dall’ipotesi di morire sole, sbranate dai pastori alsaziani -, decidono che l’ovvia e istantanea soluzione al problema sia una sola: un figlio, trasposizione vivente di El Dorado. Detto così sembra ch’io sia cinicamente avversa al miracolo della Vita, ma invece è proprio l’opposto: sono contraria, semmai, al delirio di onnipotenza che porta alcune mie simili a sfornare bebé solo per stare meglio con loro stesse, manco stessero comprando l’ultimo sfavillante Cicciobello, destinato però a un’utenza più attempata. Bambolotto che magari, passata l’adrenalina del parto, passata l’era dell’allattamento al seno (dove le suddette neo mamme si sentono pervase da una sacralità pari a quella che rende del vino caldo il “Sangue di Cristo”), diventa molto più difficile da gestire del previsto. E vaglielo a spiegare poi, al pargolo, che ciò da cui è nato ha l’aspetto dell’amore ma il contenuto di un atto di grande egoismo. Vallo a spiegare, agli italiani, che le due persone che formano il nucleo minimo di una famiglia non sono necessariamente due coniugi. Perché poi in Italia, quando si trattano questioni del genere, subentra quella parola raccapricciante che fa da spartiacque tra quelli che per la società sono il Bene e il Male: l’aggettivo “normale”. Non è “normale” un bambino nato e cresciuto volutamente senza papà, non è “normale” andare alla Banca del Seme, non è “normale” non informare lo sconosciuto di una notte di essere rimaste incinte di lui. Io non trovo che tutto ciò sia anormale, ritengo solo che nel 90% dei casi tali scelte siano dettate da motivi sbagliati, e mi fa incazzare l’idea che una donna se vuole possa farsi ingravidare dal primo che passa, ma in quanto single le sia impedita l’adozione di un bambino (non che per le coppie sposate sia una passeggiata, tra l’altro). Come sei poi nel nostro paese i tempi fossero davvero maturi per accogliere tutte le nuove generazioni nate da un percorso, come si suol dire, “non normale”…

Adoro le donne, le difendo appena posso, ma conosco anche i loro limiti. Quelle che pensano che il solo diventare madri possa definitivamente cambiarle, ad esempio guarendo le loro turbe, edificando la loro moralità, portando il sole in ogni giorno a venire, sono spesso delle giocatrici d’azzardo. Non conosco nessuna donna divenuta santa dopo un parto se avvezza, prima della gravidanza, a godersi ampiamente i piaceri del sesso. Conosco invece fanatiche madri che al fine di farsi una scopata prendono la macchina e si fanno, coi bambini a bordo, centinaia di chilometri solo per raggiungere quel vecchio amico del liceo disposto ancora a riempirle (previa tappa da quel parente disposto a sua volta a fare da babysitter per tutta la durata dell’amplesso). Conosco, infine, tante singles la cui voglia di maternità non è altro che inversamente proporzionale al numero di uomini interessati a sedurle. Prendete un paio di queste aspiranti Erin Brockovich inaridite tra le gambe e date loro un cazzo ben funzionante: il desiderio di figliare subirà un crollo del ’29, e (ri)diventaranno più luride ed egoiste della pappona del telefilm Diario di una squillo perbene.

[Grazie a Violet per lo spunto]

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